28 settembre, 2007

ERA BELLO IL MIO PAESE



Candidi i fiocchi cadevano dal cielo
sugli stinti sconnessi “canali”
da cui filtrava l’acre fumo
di legna accesa nella “tannura”;
brontolava la massaia
per il lento cuocere della polenta
unico cibo assieme al nero pane.

Nella notte
il freddo plasmava diafani “cannileri”
alla base dei tetti a sgrondo
mentre il braciere spento
si preparava a dipingere “fucili”
sulle gambe fasciate di ruvida lana.

Percorrevamo, scolari, i malconci vicoli
scivolando sui gradini ghiacciati,
bombardati dallo scolo dei “canaluni”,
attenti a non farci sfuggire il piccolo scaldino,
misera illusione nelle fredde aule.
Marinavamo la scuola
per scolpire l’omino con la pipa
sull’enorme palla nevosa
agglomerata lungo la “ciacata” del Corso:
saettavano allora sulla piazza palle di neve
contro il goffo pupazzo.
Il bianco tutt’intorno penetrava
le nostre virginee anime
che elevavano canti attorno al fuoco del Natale.



Poi, quando il profumo di ginestra inondava l’aria
ed il garofano occhieggiando
tra le pendule “campanelle” sui davanzali
carezzava mite le narici
s’usciva nei campi avendo compagni
il belar della capretta
ed il monotono brucare del rude asinello.
Intanto, le donne sferruzzando sedevano sul “paraturi”
mentre i pulcini razzolavano tra i ciottoli del vicolo.
E la sera era festa attorno alla “cardella” fumante,
a male pena rischiarata dalla traballante “lumaricchia”.

Riempivamo di grida
la “chiesa sfasciata” o il “chiano” dell’Annunziata
calciando un improvvisato pallone,
ci trastullavamo
spruzzando l’acqua sul volto delle ragazze
che lavavano i panni alla “Fontana”
o strisciando a rimpiattino
tra i “ficarazzi” del “Vignalazzo”
per poi dissetarci alle fluenti acque
dei Due Canali.

Millenario borgo
dalle case piccole e vetuste tra il Castello e la S.Croce,
abitazioni piene di gente
che talvolta si dividevano con gli animali da cortile,
armoniosi acquerelli sul declive pianoro
a sbalzo sull’acque del Milè;
dedalo di viuzze strette
con le “quartare” a riempire
messe a turno dinanzi alle antiche fontane.
Sereno ciarlare tra le comari sull’uscio di casa,
notti scaldate da un bicchiere di vino
al banco del “putiaro”
per dare il via alla vibrante “chianota”.
Notti senza luce
complici di languide serenate
sulle note di un mandolino aiutato da qualche chitarra.

Così fluivano le stagioni in quegli anni quaranta:
vita grama, senza pretese ma tanto amore tra la gente.
Tasselli di un mosaico consegnati alla storia
memorie di ricordi andati:
volti amati maestri di vita,
scorci dipinti che non esiston più.

Era bello il mio paese d’allora
tanto povero ma ricco di antichi sapori.




2 commenti:

Sharav ha detto...

Poesia ricca di pathos, di atmosfere antiche ormai perdute.
Mi sembra di sentirvi, voi ragazzi dell'epoca, poveri eppure felici e vocianti, a "sconcicare"le ragazzine, a tuffarvi nella neve che all'epoca era vera neve, abbondante, vent'anni prima che il boom economico portasse via tanta gente fuori da Longi e il benessere portasse un decadimento morale.
Longi merita di avere chi ne canta le atmosfere, essendo uno dei borghi più belli della Sicilia.

gaetanozingales ha detto...

A quei tempi le ragazzine non si potevano "sconcicare". Il corteggiamento avveniva a distanza, con passeggiate sotto il loro balcone oppure con sguardi furtivi quando ci si incontrava: loro a passeggio con le loro amiche, noi con i maschietti. Altri tempi dove il mordi e fuggi era impossibile. .....