Il mondo attraversa una fase
storica molto travagliata e piena di contraddizioni: dal riscaldamento atmosferico alle grandi
migrazioni; dal dominio finanziario internazionale alla disoccupazione diffusa
ed alla mortalità infantile; dall'esibizione del lusso e delle grandi ricchezze
agli esodi di massa in cerca di condizioni minime di sopravvivenza. Tutte
questioni che la Carta di San Francisco del 24 ottobre 1945 – atto fondativo
dell'Organizzazione delle Nazioni Unite - voleva affrontare e risolvere e che,
invece, sono rimaste lì e talora si sono aggravate. La ragione strutturale di
questo insuccesso è l'assurda attribuzione del diritto di veto riservato alle
nazioni fondatrici – Stati Uniti d'America, Unione sovietica (ora Russia),
Cina, Francia e Regno Unito – che ne ha impedito il pieno dispiegarsi della sua
presunta terziarietà e che ne limita l'attendibilità e la priva di credibilità.
A questo proposito vale ricordare le numerose risoluzioni del Consiglio di
Sicurezza sui confini israeliani, che Israele
disattende sistematicamente.
Il fallimento dell'Onu è
testimoniato dalla interminabile guerra israelo-palestinese che da oltre 65
anni non riesce a trovare soluzioni, né si intravedono credibili prospettive di
pace e di assetto condiviso di due popoli e due stati in Palestina. Le numerose
risoluzioni del Consiglio di Sicurezza rivolte ad Israele affinché rientri nei confini antecedenti la
guerra del 1967 rimangono lettera morta perché lo Stato ebraico non ne vuole
sapere e continua tenacemente ad estendere i propri confini occupando il suolo
palestinese con gli insediamenti residenziali dei coloni nei territori della
Cisgiordania. Questi tragici atteggiamenti israeliani sono sostenuti dalla
lobby ebraica statunitense, che esercita negli Usa un forte potere finanziario
e che condiziona la politica estera
americana nello scacchiere mediorientale.
In tempi più recenti l'attenzione
degli Stati Uniti è sempre più rivolta verso verso il controllo dei percorsi
delle risorse energetiche russe di
origine fossile, provenienti dai territori centro asiatici, stante che il
controllo sulle risorse petrolifere mediorientali e libici sono abbondantemente
sotto il loro controllo, tranne quelle iraniane.
Da parte sua l'Europa mantiene
una posizione subalterna alla strategia Usa nel Mediterraneo, come lo è stata
nella recente vicenda dei Balcani – in particolare nel Kosovo – e in questi
giorni anche nella crisi Ucraina, della quale gli stessi Usa hanno svolto un
ruolo attivo nel determinarla, allo scopo di arrivare al controllo delle
risorse energetiche del Mar Caspio. Da qui l'aggressione potenziale nei
confronti della Russia mediante l'installazione di basi militari preso tutte le
nazioni dell'Est europeo, ex sovietici.
Il controllo delle residue
risorse energetiche di origine fossile rimane una strategia preminente della
politica estera degli Usa, piuttosto che puntare decisamente verso le fonti
energetiche alternative di origine solare che
almeno i prossimi cinque miliardi di anni potrebbero assicurare un
potenziale interminabile di energie pulite a protezione dell'ambiente naturale
ed evitare il continuo riscaldamento atmosferico. Circostanza che continua a
minacciare la stabilità del clima e la sicurezza degli insediamenti umani nei
territori costieri.
La subordinazione europea è ancora più marcata
dallo I.s.d.s. (Investor-state dispute settlement, che sta per: Risoluzione
delle controversie tra investitori e Stato), attraverso l'arbitrato di un
soggetto a ciò autorizzato che per esprimere il suo giudizio segue le regole
I.c.s.i.d, cioè Centro internazionale per le risoluzioni delle controversie
riguardanti gli investimenti della Banca Mondiale.
Un trattato commerciale,
negoziato segretamente, a tutela degli interessi delle aziende multinazionali
americane in Europa e, segnatamente, nei paesi dell'Est.
Altrettanto segreto è il Tisa, il
negoziato per la privatizzazione dei servizi pubblici quali la sanità, la
scuola e i trasporti, che è un'articolazione del Ttip, cioè il trattato
transatlantico del commercio e degli investimenti.
Infine, la razzia dell'acqua su
scala mondiale, un affare stimato da Goldman Sachs in 425 miliardi di dollari e
nel quale tutte le banche di Wall Street e i grandi gruppi di affare internazionale
sono impegnati nella conquista di ogni sorgente, fiume, stagno, perfino
pozzanghera pur di accaparrarsi “l'oro blu” o “il petrolio del futuro”. Un solo
esempio, tanto per dare sommariamente l'idea delle dimensioni. George Bush
senior sta acquistando i terreni che coprono la falda Guaranì, un giacimento
d'acqua, compreso tra i territori del Brasile, dell'Argentina, del Paraguay e
dell'Uruguay, che potrebbe fornire per 200 anni acqua potabile all'intera
umanità.
Questo il quadro internazionale
entro il quale si collocano le questioni europee, italiane e siciliane e nel
quale la vicenda mediterranea resta, comunque, strategica
ed investe direttamente le sorti
della Sicilia.
* * *
Sul versante nazionale assistiamo
al continuo declino della economia e della cultura italiana per effetto della
indeterminatezza degli orientamenti politici dequalificati dalla caduta delle
tradizionali scuole di pensiero che avevano consentito al nostro Paese di
conquistare quotazioni prestigiose in campo internazionale nel periodo della
cosiddetta prima Repubblica. In quella fase storica il valore del pluralismo
politico e culturale, della laicità e della sovranità nazionale erano valori
assoluti e fortemente sentiti dalle
masse popolari, anche se non completamente praticate a causa dei vincoli
internazionali precedenti alla emanazione della Carta Costituzionale. In ogni
caso hanno rappresentato un reale momento unitario del Paese dalla sua
fondazione del 1860. Mai in precedenza, e peggio successivamente, l'Italia si è
sentita un Paese unito e unitario.
Con l'avvento della 'seconda'
Repubblica le divisioni del Paese sono emerse vistosamente ed hanno dato vita a
forti rivendicazioni territoriali che hanno portato alla revisione
frettolosa del Titolo Quinto della
Costituzione con conseguenze pericolosamente gravi per il costume morale della
politica a qualunque livello essa si rappresentasse. Le Regioni sono diventate
il terreno dello spreco e delle ruberie di massa. Al pari delle grandi opere
che costituiscono il cespite della corruzione dilagante nel mondo dell'impresa
e degli affari.
Lo stesso effetto producono le
emergenze che in Italia sono la normalità. Infatti, gli scandali che hanno
accompagnato le vicende legate agli interventi della Protezione Civile sono lì
a documentarlo. E testimoniano il fatto che, laddove non esistono regole nette
e rigorose, il degrado del costume e l'abbandono della competitività producono arretramento
economico e culturale, come conseguenza dello stimolo all'innovazione ed al
progresso tecnico e tecnologico.
Queste ragioni oggi giustificano
le demagogiche argomentazione addotte dal governo di Matteo Renzi a togliere
poteri alle regioni italiane, comprese quelle a statuto speciale, a togliere
spazi alla rappresentanza popolare e ad introdurre misure istituzionali che
restringono gli spazi di democrazia e riducono in misura rilevante la
partecipazione plurale della politica, tentando di costringerla entro ambiti bipolari che ne privano la ricchezza
della varietà.
Tutti questi contorcimenti
istituzionali risiedono nella ricerca della formula che garantisca la
governabilità. Un tormentone che attraversa la vicenda politica italiana sin
dalla prima legislatura repubblicana. Infatti, è dalla fase conclusiva della
legislatura 1948-1953 che si parla del premio di maggioranza, del quale nella
formulazione iniziale della cosiddetta 'legge truffa' era concepito in forma di
sicuro accettabile rispetto alle indegne soluzioni introdotte nella recente
fase, dove ad ogni legislatura viene posta la revisione della legge elettorale,
le cui misure adottate sono l'una peggiore dell'altra e concorrono a segnare il
declino politico del Paese.
Una forza politica nuova che
volesse ricondurre l'Italia sul sentiero della stabilità democratica e della
modernizzazione funzionale, nel rispetto della tradizione costituzionale
dovrebbe recuperare il sistema elettorale proporzionale, corretto da alcuni
minimi accorgimenti che garantiscano la governabilità, quali lo sbarramento
massimo al 3 per cento e la clausola della sfiducia costruttiva, come è in
Germania.
La governabilità, infatti, è una
questione politica che attiene al rapporto tra governo e la sua maggioranza.
Non è pensabile che il rischio di un mancato rapporto fiduciario possa essere
evitato per via istituzionale. Quindi, solo se è intervenuto un accordo
politico che modifica la maggioranza parlamentare con un nuovo aggregato, solo
in quel caso è possibile un nuovo governo, altrimenti quello in carica continua
serenamente a fare il proprio lavoro.
Tra le modifiche costituzionali
che varrebbe la pena di introdurre se ne segnalano due, il primo riguarda
l'abolizione della recente modifica all'articolo 81 laddove è stato introdotto
un quinto comma con l'obbligo del pareggio di bilancio e l'altra un emendamento
abrogativo dell'ultimo rigo dell'articolo 75, laddove tra le questione per le
quali non è ammesso il referendum popolare c'è la ratifica dei trattati
internazionali. Infatti, la ratifica parlamentare non garantisce le conseguenze
ricadenti sui cittadini per la ragione che i parlamenti, quando va bene,
cambiano ogni cinque anni, mentre i
vincoli derivanti dai trattati restano sulle spalle dei cittadini, sulle loro
libertà individuali e collettive nonché sulle loro tasche.
Sul terreno economico-sociale
occorre imprimere una svolta netta
all'infelice politica delle privatizzazioni. Gli esiti delle precedenti stanno
lì a dimostrare che la nostra grande imprenditoria è incapace e produce esiti
gestionali fallimentari. Ne sono prova inconfutabile le vicende Alitalia,
Telecom e le varie esperienze produttive dell'ex Iri, banche comprese,
purtroppo, tanto che un numero impressionante di piccole imprese ha dovuto
cessare l'attività per mancanza di credito e, magari, ci ha pure rimesso la
vita. Tutti fattori, però, che hanno concorso a determinare l'enorme crescita
del debito pubblico.
A questo proposito è appena il
caso di ricordare che l'unico ministro che nel breve spazio di un anno di
governo è riuscito a ridurre di ben quindici punti l'incidenza del debito sul prodotto
lordo, portandolo da 119 per cento a 104 per cento, è stato il ministro
Vincenzo Visco. Dopo quella apprezzabile realizzazione, che peraltro è costata
al professore Visco la carriera politica, perché aveva osato colpire gli
interessi della rendita finanziaria, chiunque sia succeduto in quella posizione
di governo non ha fatto altro che fare vertiginosamente crescere l'incidenza
del debito sul Pil, portandola all'attuale 133 per cento. Da quando ha lasciato
Visco, il debito è aumentato di ben 20 punti.
Ne consegue che il rilancio
dell'economia mista pubblico-privato è la formula vincente per il recupero
della ripresa dell'economia nazionale, della sua crescita e la sua innovazione
competitiva.
Infatti, la competitività si
gioca sul terreno della innovazione e non certamente sulla compressione dei
diritti dei lavoratori. Cosa che invece, avviene sistematicamente attraverso
l'attacco all'articolo 18 della legge 300/1970, lo Statuto dei diritti dei
lavoratori, a suo tempo promosso dal ministro socialista Giacomo Brodolini. Una
grande conquista di civiltà e di progresso sociale. Mesa oggi in discussione
non soltanto dalla destra reazionaria, ma dal centrosinistra riformista.
* * *
In questo quadro d'insieme si
colloca la realtà siciliana, la quale in forza della sua Autonomia
istituzionale dimostra di non essere in grado di attivare lo sviluppo sociale e la crescita economica
della regione.
Le ragioni di questa 'incapacità'
sono strutturali e scaturiscono dalla natura elitaria dello spirito dello
Statuto siciliano. Quello vigente - nato nel primissimo dopoguerra del conflitto 1940-1045, sotto la corposa
presenza delle truppe di 'Liberazione' alleate e dalla presenza attiva
dell'unica forza organizzata di una
società disgregata e, nel suo assetto, di stampo medievale (leggasi “mafia”),
al di là delle affermazioni di principio riguardanti l'autonomia legislativa -
ha un impianto gestionale riservato alle centrali del potere piuttosto che
un'impronta democratica che veda i territori e le masse protagoniste delle loro
sorti future. Non a caso tra le tante norme manca quella che istituisce i
referendum popolari o la gestione decentrata della cura del territorio e dello
sviluppo socio-culturale.
La Sicilia senza una revisione
statutaria in senso democratico (sussidiarietà) difficilmente potrà far segnare
un impulso alla crescita e l'Autonomia sarà sempre più appannaggio delle forze
parassitarie e improduttive. Le sue vere energie di progresso e di sviluppo
sono più presenti nei territori piuttosto che nella istituzione autonomistica.
Il popolo siciliano è stato e
tutt'ora rimane subalterno a quelle forze, comunque parassitarie, che Tomasi di Lampedusa descriveva come
'gattopardi' – quelli della nobiltà decadente e dell'alta borghesia - e 'sciacalli'
– quelli emergenti dell'accaparramento arrogante e violento.
La principale riforma statutaria
dovrebbe essere introdotta per abolire la facoltà gestionale attribuita al
governo della Regione e trasferita ai territori (città metropolitane e consorzi
di comuni), mentre al governo della Regione dovrebbero essere riservati il compito di programmazione, d'indirizzo e
di verifica. La gestione degli interventi dovrebbe
essere appannaggio degli organi territoriali ai quali competerebbe anche
l'incombenza della progettazione degli interventi entro il quadro programmatico
regionale.
Sarebbe il modo giusto per
smantellare l'elefantiaco apparato amministrativo regionale e comporterebbe il
trasferimento sul territorio sia dei progetti, sia della gestione, sia dei
soldi e sia del personale attualmente presenti negli uffici centrali della
Regione Siciliana.
Dovrebbe, altresì, essere
inserito il referendum popolare, sia quello propositivo che quello abrogativo,
D'altra parte quello propositivo è già stato realizzato surrettiziamente
attraverso l'elezione diretta del presidente della Regione, con le conseguenze
disastrose che esso ha prodotto a causa della inamovibilità del presidente
eletto e garantito nella sua 'governabilità'.
Un'altra riforma significativa
dovrebbe riguardare la legge elettorale, la quale pur mantenendo la distinzione
tra l'elezione diretta del presidente del governo regionale e l'altra per
l'elezione dell'assemblea legislativa, la quale rappresenta l'organo
istituzionale più importante perché titolare dell'Autonomia speciale, in quanto
depositaria del diritto legislativo primario in tutte le materie, tranne quelle
fiscali, quelle relative alla Difesa e alle relazioni Internazionali. Ciò al
fine di ridare slancio e dignità all'istituto fondamentale dell'Autonomia
speciale, attualmente ridotto a semplice organo di ratifica degli orientamenti
del governo. Basti pensare al fatto che l'assemblea regionale non è stata
capace di modificare la legge elettorale nel segno di riprendersi il suo ruolo
primario.
Ove ciò non avvenisse in tempi
brevissimi, occorrerà introdurre attraverso una iniziativa popolare alla
integrazione dell'attuale legge elettorale con l'introduzione del referendum
revocativo dell'elezione del presidente della Regione sulla base del principio “il
popolo ti elegge ed il popolo ti revoca l'incarico”.
Non mi sono intrattenuto sulle
questioni economiche e sulle forze produttive, né sulle questioni del lavoro,
per il motivo che è assolutamente inutile affrontare un diversa ipotesi di
sviluppo senza le riforme politiche. Qualsiasi ipotesi economica - in costanza
di questa Regione, così com'è fatta - si tradurrebbero in azioni clientelari,
assistenziali, parassitarie ed improduttive.
Nessun commento:
Posta un commento