19 ottobre, 2015

LA BARONESSA DI MANGALAVITE

LA BARONESSA DI MANGALAVITE E' UNO DEI CAPITOLI CHE FANNO PARTE DEL ROMANZO "QUANDO IL DESTINO BARA"

"I cavalli procedevano in fila indiana lungo la trazzera,
che da Portella Vina conduceva al paese ed, indi, alla
masseria del feudo di Mangalavite e Botti. Precedeva
la carovana Turi Vinicio, il fattore, e, dopo di lui, seguivano
il barone e la baronessa Della Corte con la
giovane figlia, Angela Maria Elena. Dalla città si trasferivano,
per l’estate e parte dell’autunno, in pratica
per il periodo del raccolto, nelle case della loro tenuta
montana. Seguivano il gruppo i due cani, Nerone ed
Agrippina, il gatto Felix ed il pappagallo “Stattizittu”.
Avevano lasciato nel palazzo di città quattro canarini
e due cardellini, un merlo, una tartaruga ed una vasca
di pesciolini, che li avrebbero raggiunti, in un secondo
momento, con le vettovaglie, scortati dal gruppo dei
famigli, guidati dall’Amministratore.
Prima dell’ultimo tratto del percorso, la comitiva
fece tappa a Castellungo in quanto Don Averardo Della
Corte, Barone di Mangalavite, voleva salutare il
Marchese, suo amico; la servitù, con i bagagli e gli animali,
proseguì il viaggio verso la masseria mentre la
famiglia Della Corte rimase ospite del Marchese Don
Pietro Dellosso Lanzetti, Barone di Castellungo, cui
seguivano una serie di altri titoli nobiliari. Il fattore
Turi, che avrebbe dovuto guidare qualche giorno dopo
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i suoi padroni verso il luogo di villeggiatura, fu alloggiato
nell’ala riservata ai domestici.
Il Marchese Dellosso Lanzetti, venuto a sapere che
Angela avrebbe compiuto, dopo un paio di giorni, ventun
anni anni, pregò gli ospiti di rimanere con lui sino
ad allora ed organizzò, presso il castello medievale,
una sontuosa cena in onore della festeggiata invitando,
tra l’altro, i maggiorenti del paese. Oltre a solennizzare
la bella età della baronessina Angela, il Marchese
volle dare il benvenuto ai baroni Della Corte per
augurare loro una buona e lunga permanenza nella
estesa tenuta di Mangalavite e Botti. Alla fine della
cena, il Marchese donò alla giovane un bracciale in
oro, cesellato finemente, il Sindaco e le altre autorità
civili del paese le regalarono un artistico ventaglio legato
ad una catenina d’oro mentre l’Arciprete, a nome
del capitolo sacerdotale, le consegnò un libricino di
preghiere con la copertina in madreperla. I genitori le
avevano comprato, in città, una collana con tre giri di
perle
Angela aveva raggiunto i ventuno anni trascorrendo
la sua vita presso il migliore educandato palermitano,
per potere conseguire una cultura ed una educazione
adeguate al suo rango, ed in seguito frequentando i
salotti dei nobili e le loro feste. In quegli anni, non aveva
ancora incontrato l’amore, se non qualche flirt
non impegnativo.
I Della Corte trascorsero cinque giorni a Castellungo,
durante i quali il Marchese Dellosso Lanzetti cercò
di rendere loro piacevole il soggiorno ed organizzò,
tra l’altro, una battuta di caccia nella sua tenuta di
Liazzo, che si estendeva attorno al Castello di Mylè,
del quale rimanevano le mura, in parte utilizzate per
la costruzione di un grande casale atto ad ospitare i
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proprietari, i contadini che lavoravano nel possedimento
ed a deposito delle derrate. Il giorno dopo, volle
salutare gli amici aprendo il salone delle feste del
suo castello ad un ballo, cui fece onore la migliore
gioventù del paese. In quelle giornate, Angela si vide
accanto, quale cavaliere, il Marchese Roberto, giovane
figlio venticinquenne dei Signori Dellosso Lanzetti,
chiamato il marchesino per distinguerlo dal padre.
Il barone Della Corte, nel prendere commiato dal
Marchese e ringraziandolo per l’amena accoglienza, lo
invitò a trascorrere, assieme alla famiglia, alcuni
giorni di villeggiatura in montagna, presso le sue case
di Mangalavite. Il mattino dopo, di buon’ora, i nobili
palermitani imboccarono la trazzera che s’inerpicava
verso la montagna; fecero sosta, dopo qualche ora, per
rinfrescarsi presso la sorgente di acqua fredda in contrada
Fontanelle. Ripresero il cammino, ma,
nell’affrontare la difficoltosa “muntata” (salita), il cavallo
di Angela s’imbizzarrì tentando di disarcionare
la sua amazzone facendole perdere l’incollatura con il
pomello poggia – gamba della sella. Il bardo, realizzato
specificatamente per il gentil sesso affinché entrambe
le gambe pencolassero da un solo lato, consentiva
di inserire un piede in una staffa e poggiare
l’altra gamba in un supporto curvato e foderato in pelle
attaccato all’arcione. Ma guai a lasciare l’incollatura
alla sella. Turi procedeva a piedi e, trovandosi dietro
la cavalcatura della donna, fece appena in tempo ad
accoglierla fra le sue braccia.
La donna, bionda, con gli occhi castani che si affacciavano
su un sorriso luminoso, i cui contorni erano
dati da labbra turgide e sinuose che invitavano al bacio,
indossava una camicetta bianca, che faceva risaltare
il seno non giunonico ma modellato dalla natura
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a somiglianza di quello della famosa statua di Afrodite,
scolpita da Prassitele, ed una larga gonna azzurra
che arrivava alle caviglie.
Dopo aver superato lo spavento tra le possenti braccia
di Turi, questi con un sorriso mascolino, ma al
contempo dolce, le disse:
– Vossignoria si scantò? Pi furtuna mi truvava vicinu
e a potti aiutari (Vossignoria si è spaventata?Per fortuna
mi trovavo vicino e l’ho potuto aiutare).
– Si, ho avuto paura, Turi, – rispose Angela ringraziandolo.
Il fattore consigliò agli altri cavalieri di scendere
dalla cavalcatura, per prudenza, e di affrontare quella
erta salita a piedi per rimontarvi “du Stazzuni” in poi.
Laddove, a metà della contrada, presso “u tabacchinu
di ‘gnura Anciulina” (la rivendita di tabacchi della
signora Angelina), il barone e Turi comprarono dei
sigari Toscanelli ed una dozzina di gassose con la pallina
colorata dentro la bottiglia. Proseguirono, godendo
il verde dei noccioleti e rispondendo agli ossequi
dei contadini. Giunti “a Crucetta”, passando davanti ”
a putia di gnura Nunziata” (la bottega della signora
Nunziata), la moglie del barone, Donna Matilde, fu
colta da un’improvvisa necessità di fare un bisognino,
piccolo, ma sempre “ di fattura nobile“ era. ‘Gnura
Nunziata si trovò nei guai perché, a quei tempi, le famiglie
contadine o si servivano dell’aria aperta oppure,
i più attrezzati, avevano un buco“’nto catoiu”(
stanza sotterranea, dispensa), dove depositavano
gli avanzi del sostentamento quotidiano. Imbarazzata,
la proprietaria della bottega, guidò la nobildonna
nella propria camera da letto e la invitò a sedersi
su un cantaro; poi, conclusa l’aristocratica seduta,
scusandosi per non avere potuto offrire un servizio
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adeguato al rango, pregò le nobildonne di accettare
una tazza di latte di capra appena munto, nonché “
tagghiarini fatti cu pastareddu”(tagliatelle fatte in casa
con lo strumento apposito), che aveva comperati,
quel giorno, da‘gnura Cuncetta (signora Concetta),
moglie di mastru Ciccio u craparu (maestro Ciccio il
capraio). Della quale elogiò l’originale ricetta perché
erano tagliatelle di farina di rrobba forti (una pregiata
qualità di grano), frumento proveniente dalla soleggiata
Jazzana (contrada Gazzana), di coltivazione
biologica, impastata con acqua limpida appena attinta
alla sorgente ed amalgamata con uova fresche di galline
ruspanti, olio della zona, dal gusto robusto tipico
delle olive collinari, e con un’aggiunta di cacio vaccino
grattugiato; il tutto veniva immesso
nell’impastatrice casalinga, un torchio nel quale si inseriva
un apposito dischetto forato, a secondo del tipo
di pasta che si voleva realizzare, dopo, però, averne
lubrificato le pareti interne con un salmoriglio di olio,
prezzemolo ed aceto di mele. “Cunzati ca sarsa fatta ‘n
casa chi nostri pumadoru sunu a fini du munnu”
(conditi con la salsa fatta in casa con i nostri pomodori
sono la fine del mondo), esclamò convinta
‘gnura Nunziata. La baronessa si commosse per
l’evidente impaccio e la generosità di quella donna e,
nel congedarsi, la volle abbracciare. Gesto, che non
era usuale da parte degli aristocratici nei confronti
della povera gente.
Abitava quelle contrade, soprannominate genericamente
anche “u locu”(il luogo, dal lat:.podere), parecchia
gente in permanenza ed altra, in quella stagione,
vi si trasferiva per raccogliere i gelsi ed utilizzare
le foglie per il baco da seta, che assicurava una
produzione serica, abbastanza fiorente in quelle zone,
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anche se, per i più, a livello familiare. A
quell’appuntamento agreste seguiva, qualche mese
dopo, la raccolta delle nocciole, fonte di reddito per le
famiglie, il cui ammontare era proporzionale
all’estensione dell’ impianto coltivato.
Il Sindaco di Castellungo, Don Angelo Cingalio, che
aveva una villa, immersa tra i noccioli “du Canalottu”
(contrada Canalotto), contrada ricca di acqua potabile
freschissima, invitò quegli illustri viaggiatori a sostare
per bere una bibita rinfrescante all’anice. Egli
era il farmacista e l’agronomo del paese ed aveva sposato
una ricca vedova. Dalla carnagione rossiccia, con
una corporatura di due metri che sprigionava una
possente forza, non aveva paura di alcunché ed era
temuto, ma anche stimato per la sua generosità e bontà
d’animo. Avendo saputo che il barone Della Corte,
quel giorno, sarebbe passato da quelle contrade ed
appreso che egli era amico di un Senatore del Regno,
decise di non aprire la farmacia per approfittare, da
buon politico, dell’occasione ai fini di perorare un intervento
del barone presso quel Deputato, per la concessione,
da parte del governo romano, del finanziamento
relativo alla costruzione della strada che congiungesse
la marina al paese.
– Il signor Barone ha visto quale percorso bisogna
fare per raggiungere Castellungo; è pesante viaggiare
su una trazzera, per giunta sconnessa e, d’inverno,
impraticabile. Per quanti come il signor Barone, che
abitano lontano ma hanno interessi in questo territorio,
sarebbe provvidenziale una strada carrozzabile,
che almeno arrivi al paese – dichiarò il Sindaco – Per
le contrade, poi si vedrà…
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– Non potrò parlare col mio amico – rispose il nobiluomo
– prima della fine dell’anno, quando, cioè,
sarò rientrato a Palermo.
– Se Ella vuole, potrei andarlo a trovare personalmente,
a Palermo o a Roma, con una sua lettera di
presentazione con la quale caldeggerebbe la costruzione
dell’arteria – incalzò il Sindaco
– Caro dottore, preferisco parlarne io direttamente
al “pezzo grosso” per convincerlo. Le prometto che farò
tutto il possibile – s’impegnò il barone – anche perché,
come ha detto, la cosa mi interessa personalmente
e le farò sapere ciò che riuscirò ad ottenere. Seguirò
la vicenda in prima persona.
– Da poco abbiamo messo il servizio telegrafico in
paese – proseguì il Cavaliere Angelo Cingalio – eventualmente
può inviarmi un telegramma per qualsiasi
comunicazione.
– Sindaco, stia tranquillo che otterremo la somma
necessaria, il Senatore è una persona degna ed io, oltretutto,
sono un suo importante elettore, che gli assicura
parecchi voti – concluse il Della Corte, apprestandosi
a congedarsi dal farmacista.
Il Sindaco si complimentò con Angela per la sua
bellezza e propose agli ospiti di fermarsi a colazione.
Ma il barone fece notare che avevano ancora parecchia
strada da fare. Ringraziò per il rinfresco e, dopo
avere porto gli ossequi alla moglie del farmacista, si
avviò con i suoi familiari verso la meta. Il Sindaco, a
sua volta, presentò i propri omaggi alle signore accompagnandoli
con l’usuale baciamano.
Si fermarono per rifocillarsi “a bbarracca da Purtedda
Jazzana” (casa di legno alla portella Gazzana),
dove Mastru Ciccinu e ‘gnura Cuncetta offrirono un
bicchiere di vino con l’aggiunta di una frizzante gas54
sosa di Tortorici. Il barone ringraziò e ricambiò il gesto
comprando dell’ottima salsiccia essiccata di suino
nero dei Nebrodi.
Prima dell’imbrunire erano già alla masseria di
Mangalavite.
L’Imperatore bizantino Michele il “Paphlagone”
conferì il titolo di Manglabites, cioè Ufficiale della sua
guardia scelta, ad un certo Harald, che combatté valorosamente
a Rometta ed a Troina contro i musulmani
al fianco del Generale Giorgio Maniace. E’ verosimile,
però, che il feudo di Mangalavite sia sorto con i normanni
quando liberarono la Sicilia dagli arabi, assegnandolo
al nobile bizantino che si era stabilito
nell’isola, il quale continuò a combattere i saraceni al
servizio del Conte Ruggero d’Altavilla. E, con il feudo,
il titolo nobiliare.
Erano ad accoglierli, sull’aia antistante il caseggiato,
i contadini e la servitù, i quali si premurarono di
offrire i propri servigi ai loro padroni. Nelle terre del
feudo vivevano stabilmente cinquanta lavoranti, che,
assieme ai loro familiari, arrivavano ad oltre duecento
persone. A costoro erano da aggiungere le presenze
estive tra domestici e lavoratori stagionali. Avevano
preparato l’acqua calda per un bagno ristoratore ed
approntata la cena con maccheroni fatti in casa e castrato
sulla brace, accompagnati da formaggio pecorino
locale e dal sincero vino della contrada, con una
gradazione alcolica intorno ai sedici gradi.
Le case di Mangalavite risalivano ad una costruzione
del 1600. Al piano superiore c’erano le stanze da
letto per i signori, per gli ospiti, il salone per il pranzo
ed un angolo soggiorno. Ambienti senza pretese, ma
decorosi e comodamente abitabili; c’erano anche i
servizi igienici indispensabili con l’acqua da versare
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da una brocca. Al piano terra, da una parte c’erano gli
alloggi per gli impiegati, dall’altra la foresteria. Ad un
estremo delle case sorgeva la chiesetta, dedicata alla
Madonna Addolorata. Un corpo a parte, poco distante,
ospitava i contadini e, più in là, il grande recinto
per gli animali da allevamento, suddiviso in scomparti
ove, di sera, venivano rinchiuse le varie razze: pecore,
capre, suini, vacche, cavalli, galline con le oche e i
tacchini, muli, asini e c’erano anche alcuni pavoni. In
una uccelliera svolazzavano i volatili presi nei nidi
della tenuta: merli, cardellini, ghiandaie, usignoli e
pettirossi. Una colombaia, accanto, ospitava centinaia
di colombi, che venivano sacrificati soprattutto durante
i pranzi di un certo tono. E parecchi erano i visitatori
che andavano a trovare il barone.
Nel feudo di qualche migliaio di ettari pascolavano
gli animali di allevamento, i cui prodotti venivano, in
gran parte, venduti; il formaggio pecorino, per il suo
particolare gusto, veniva esportato anche a Malta.
Percorrendo la strada da Portella Gazzana alla masseria
di Mangalavite avevano attraversato le terre coltivate
a grano: era stata già effettuata la mietitura ed i
covoni erano allineati sull’aia, accanto alle case, in attesa
dell’arrivo del barone. Per la trebbiatura venivano
utilizzati i buoi. La stagione aveva profuso grano in
abbondanza per cui, dopo tre giorni di “pisari” su
un’assolata ed ampia aia, il padrone organizzò una festa.
Inviò a Castellungo il suo fattore per invitare il
Marchese il Sindaco, l’Arciprete ed alcuni notabili.
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II
Al mattino, l’arciprete Don Ignazio Cingalio e Don Lio
Lanzafame, concelebrante quest’ultimo
dall’incomprensibile salmodiare in latino, celebrarono
messa nella chiesetta ed a mezzogiorno la comitiva,
compresi gli impiegati ed i contadini, si ritrovò
all’ombra della grande quercia prospiciente la casa e
si accomodò attorno ad una tavolata posticcia, imbandita
per l’occasione. La cuoca Rosalia, collaborata
da alcune donne della tenuta e sotto la guida della baronessa
madre, Donna Matilde, aveva preparato un
saporito menù, che comprendeva tocchi di “fuazza”,
cioè pane nero ancora caldo condito con olio, pecorino
ed origano (peperoncino a richiesta), maccheroni
caserecci ed agnello cotti al forno, colombi farciti, fichi,
prugne, pere e, per dessert, granita di limone ottenuta
facendo girare una pentola immersa nella neve
contenuta in un capiente recipiente, che era stata conservata,
durante l’inverno, in un’apposita neviera; come
dolce, ramette con le nocciole dell’anno precedente.
Il tutto innaffiato da vino generoso e forte, figlio
dell’uva montana della zona.
Dopo il pranzo, gli anziani si misero a giocare “a
briscula ”. Il Sindaco in coppia con l’Arciprete mentre
il Comandante dei Carabinieri, maresciallo De Benedictis,
aveva come compagno Padre Don Lio, il quale
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balbettava e, prima di chiamare una carta, si
…”faceva sera”, come lo apostrofava il suo compagno.
Paonazzo in volto, esclamava: “si iò bababa… bastuni
un ci nnaiu chi ci popo… pozzu fari…(se io bastoni
non ne ho, cosa ci posso fare?) “; al che il graduato
si lasciava sfuggire un’imprecazione del tipo “santu
diavoluni”. Ma subito veniva redarguito aspramente
dall’Arciprete, che faceva seguire una giaculatoria ed
il segno della Croce.
Padre Don Lio era un curato di campagna. Teneva
messa, infatti, nelle chiesette delle borgate dove abitava
gran parte dell’anno, ad eccezione dei mesi freddi.
Alle sue messe faceva tutto lui in quanto non aveva
chierici che lo servivano: alla Comunione del celebrante,
anziché qualche dito di vino riempiva il calice
sino alla metà; il latino salmodiante diventava incomprensibile
e l’unica parola che si capiva era “amen”.
Essendo stonato come il muggito di una mucca, le sue
messe cantate erano un vero supplizio; ma ciò malgrado,
le donnette affollavano le sue cerimonie religiose,
che escludevano i panegirici a causa della sua
difficoltà ad esprimersi regolarmente. Era un appassionato
della caccia, a causa della quale perse un occhio
essendogli scoppiata tra le mani la doppietta
mentre cercava di colpire un coniglio sui campi di neve;
da allora, non faceva fatica a puntare la preda in
quanto aveva un occhio già chiuso. Era un brav’uomo,
ma, non si sa come, era diventato benestante pur essendo,
i suoi parrocchiani di campagna, povera gente
che non sapevano come mettere insieme colazione,
pranzo e cena.
A quei tempi, “andavano di moda”, per lo più, pane
nero con olive e cipolle; la carne era un lusso, la pasta,
fatta in casa, solo alla domenica; gli ortaggi li assapo58
rava chi coltivava l’orticello, il latte, invece, o lo si
comprava dal capraio che girava per le strade oppure
lo si toglieva alla produzione di cacio da parte di coloro
che allevavano animali da latte; qualche piccione,
qualche coniglio, raramente qualche agnello erano
scannati per festeggiare un avvenimento. Povera gente
che viveva di stenti ma che sapeva fare anche qualche
elemosina od aiutare i più bisognosi. I matrimoni venivano
festeggiati in casa con biscotti caserecci, tra
cui le famose “ramette”, quelli ad S e le giammellotte,
nonché rosolio curato dalla mamma della sposa; si
chiudeva con calia (ceci), semi di zucca e nocciole abbrustolite,
fave infornate accompagnati da buon vino;
le uniche cose che venivano comprate, presso i negozi,
erano il tessuto per l’abito da sposa, il velo, la corona
con i fiori d’arancio ed i confetti che gli sposi distribuivano
agli invitati (pochi) facendone entrare cinque
in un apposito cucchiaio, talvolta d’argento, fattosi
dare in prestito da qualche benestante.
Tornando alla festa sull’aia prospiciente le Case di
Mangalavite, i giovani, invece, organizzarono le danze
nell’aia, senza distinzione di ceto, al suono di una fisarmonica
senza pretese, di un friscalettu (flauto) rustico
ed intercalando, nell’intervallo tra un ballo e
l’altro, le “chianote” (canti popolari). Turi, che per
l’occasione aveva indossato il suo migliore abito di
panno nero, con cravattino rosso e gilet anch’esso nero,
chiese il permesso al barone di potere invitare sua
figlia Angela per qualche ballo. Vorticarono insieme
in danze popolari scambiandosi anche alcune battute
sulla giornata trascorsa spensieratamente e con
un’atmosfera festaiola.
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Il capo della masseria, Turi, era un uomo che da
poco aveva superato i 25 anni, dallo sguardo magnetico,
con un fisico asciutto e muscoloso, abbronzato, alto.
Egli si era rifugiato nei boschi di Mangalavite perché
aveva deciso di porre fine alla “sua guerra” con gli
austriaci, sulle Alpi. La qual cosa aveva congetturata
dopo che, durante un assalto alle trincee nemiche,
venne ferito gravemente e riportato nel suo terrapieno.
Dall’ospedale militare fu dimesso con una convalescenza
di sessanta giorni. Alla fine dei quali, essendo
peraltro un pacifista, stabilì, in cuor suo, che era meglio
violare la legge e starsene al paese. Fu dichiarato,
quindi, disertore. Quando i carabinieri si presentarono
alla sua porta, Turi aveva già presa la strada dei
boschi. Incontrando fortuitamente l’anziano barone
Averardo che ispezionava i lavori nel suo feudo, gli offrì
i propri servigi. Il nobiluomo, avendo notato
l’intelligenza dell’uomo ed una cultura da quinta elementare,
lo assunse affidandogli la conduzione della
masseria. Turi divenne il fidato fattore del barone Della
Corte negli anni subito dopo la prima guerra mondiale.
E seguenti.
Quando, una soffiata fece inerpicare i carabinieri di
Castellungo sino a Mangalavite, dopo avere percorso a
piedi un cammino di circa quattro ore, uno dei contadini,
cui era stato ordinato di stare all’erta come vedetta,
era corso ad avvertire il capo della fattoria. Turi
divenne, per qualche giorno, “uccel di bosco”. I carabinieri
non tornarono più.
Dopo la guerra e l’amnistia che ne seguì per i reati
ad essa connessi, l’uomo, informato dal barone, scese
in paese. Per l’occasione, indossò un completo di velluto
nero a righine, sopra un gilèt di egual colore in
cui faceva bella mostra una catenina d’argento legata
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ad un orologio da taschino, anch’esso in argento; con
calzoni da cavallerizzo e relativi stivali cavalcava un
imponente baio. Attraversando la strada principale
del paese destava ammirazione e, tra le donne, giovani
e meno giovani, desideri nascosti. Era temuto perché
ritenuto un mafioso. Ma non lo era. Anzi, si professava
socialista. Non era disposto, però, a farsi passare,
come si suol dire, una mosca sul naso.
Turi non poté ottenere la licenza del porto d’armi
per il fucile in quanto il reato di disertore rimaneva
sempre scritto nella sua cartella penale: infatti, gli era
stata condonata soltanto la condanna ad alcuni anni
di carcere. Ma egli andava a caccia ugualmente, nascondendo
in qualche macchia di arbusti la sua doppietta
se avvistava il guardia caccia o i carabinieri, ed
era il migliore cacciatore della zona.
Il giovane Roberto Dellosso Lanzetti, che era ancora
scapolo, aveva espresso al padre il desiderio di volersi
fidanzare con Angela per sposarla. Il Marchese Pietro,
quindi, si fece carico di chiedere al Barone Averardo
la mano della figlia per conto del suo figliolo, come si
usava a quei tempi. Il Della Corte rispose che lui personalmente
ne era onorato e che ne avrebbe parlato
con la ragazza ed avrebbe dato la risposta in breve
tempo. Nel frattempo, Alberto si premurava di corteggiare
Angela intrattenendola a conversare e facendola
volteggiare nelle danze campestri. Le raccontò che aveva
compiuti gli studi presso la scuola Militare della
Nunziatella di Napoli ed aveva frequentato
l’Accademia Militare di Cavalleria, a Pinerolo, uscendone
con i gradi di Ufficiale, ma, alcuni anni dopo, a
seguito di una caduta da cavallo, era rimasto immobilizzato
nell’Ospedale Militare per due mesi e ne era
stato dimesso con la diagnosi di impossibilità tempo61
ranea a potere continuare il servizio militare in quanto
era stata compromessa la colonna vertebrale. In
pratica, venne collocato in aspettativa per un anno.
Era, quindi, rientrato a casa e si dedicava alla conduzione
delle centinaia di ettari dei loro terreni, allorché
gli aristocratici affidavano questo incarico – assieme a
quello di farsi spennare – agli amministratori. Era un
banale essere umano, non bello né brutto, di media
statura, insignificante sotto il profilo sensuale.
L’indomani, partiti gli ospiti, Don Averardo, dopo la
siesta pomeridiana, assieme alla moglie riferì ad Angela
il messaggio del Marchese Dellosso Lanzetti indorando
la proposta di fidanzamento: <
Roberto è un giovane di bell’aspetto, di alto lignaggio e
con titoli nobiliari che risalgono ad alcuni secoli addietro,
e, poi, è ricchissimo e, aspetto ancor più importante,
è senza fratelli né sorelle>>
– Padre, accettando il fidanzamento – rispose la giovane
– e, quindi, da sposata, dovrei trasferirmi al paese
andando ad abitare con i suoi genitori, presso il loro castello;
dovrei, quindi, rinunciare alle amicizie ed alle feste
dei nobili palermitani. Sinceramente non mi sento
di cambiare radicalmente la mia vita.
– Angela, noi non navighiamo nell’oro, come si suol
dire, – replicò il barone – il nostro sostegno economico
proviene da queste terre, da quello che riusciamo a produrre.
Un giorno, tutto ciò sarà tuo; aggiungendo questo
feudo a quelli del Marchese, che sono tre o quattro,
potrete costruire la base di una grande ricchezza.
– Potrei accettare di sposarmi con Roberto se egli sarà
disposto a trascorrer tra queste montagne soltanto i
mesi più caldi, ad esclusione quindi di quelli invernali.
Ma, in questo momento, non mi sento di dare una ri62
sposta definitiva per un fidanzamento ufficiale. Ci voglio
pensare sopra – soggiunse la donna.
– E’ ragionevole quanto tu dici, Angela – esclamò
Donna Matilde.
Continuarono la conversazione parlando di questo
nuovo avvenimento, sul probabile futuro fidanzamento
e la nuova vita che la Baronessina avrebbe dovuto
affrontare una volta divenuta Marchesa di Dellosso
Lanzetti e Baronessa di Castellungo.
Don Averardo inforcò l’occhialino, mise mano a
carta, penna e calamaio per comunicare al Marchese
Pietro che la figlia era onorata della richiesta di fidanzamento
col suo figliolo, il Marchesino Roberto, e che
essa voleva avere un po’ di tempo per riflettere. Il
giorno appresso, la missiva era nelle mani di Don Pietro
Dellosso Lanzetti.
63
III
Venne agosto. Angela amava dipingere: s’era portata
dietro una buona scorta di tele e colori. Si spostava
spesso in diversi posti della tenuta per ritrarre gli angoli
più suggestivi che la natura offriva.
L’accompagnava Turi, facendole anche da guida. Laghetti,
la cerreta, fiumiciattoli, la faggeta, splendidi
agrifogli, i sentieri tra frassini, tassi ed aceri furono
immortalati sulle tele della giovane artista.
Mentre lei dipingeva, l’uomo preparava la colazione
con la selvaggina cacciata: lepre o coniglio o quaglie;
ed ammirava, ammaliato, il corpo della donna che
trasformava, tra l’altro, l’espressione del volto in una
suggestione ieratica perché l’oggetto del dipinto si trasferiva
nella sua spiritualità. Ella, mentre creava, si
estraniava da tutto ciò che la circondava; e Turi controllava
affinché nessun animale strisciante potesse
arrecarle nocumento.
– Vossignoria diventa nautra quannu pitta (vossignoria
si trasforma quando dipinge) – si fece sfuggire
Turi – . Vossignoria è bedda, ma ‘nta sti momenti diventa
ancora cchiù bedda, pari na Madonna (vossignoria
è bella, ma in questi momenti diventa ancora
più bella, sembra una Madonna).
64
– Grazie, Turiddu, – rispose Angela – ma non è che
mi vuoi fare la corte…?, – si fece sfuggire la donna
chiamandolo con un vezzeggiativo.
– Non mi permettu, signurina Angela, ma saccio distinguiri,
quannu mi trovu ‘mprisenza di na donna, s’è
bedda o brutta pirchì (non mi permetterei, signorina
Angela, ma so distinguere, quando mi trovo in presenza
di una donna, se è bella o brutta perchè) – affermò
con ingenuità Turi – quannu fici u surdatu
quarchi fimmina a canusciu (quando ho fatto il soldato
qualche femmina l’ho conosciuta).
– E perché non ne hai sposata una? – soggiunse Angela
con fare provocatorio.
– Pirchì eranu fimmini a pagamentu, m’avi a scusari,
buttani insomma, chi vosiru na lira pi starici vinti minuti
curcati ‘nsemula (perché erano donne a pagamento,
mi deve scusare, puttane insomma, che
hanno voluto una lira per starci venti minuti coricati
insieme) – rispose arrossendo l’uomo. Ma beddi
comu a vossia non n’aiu vistu mai (ma belle come lei
non ne ho mai viste) – e sentì di essersi tolto un
groppo che lo bloccava.
Un grosso serpente, che Turi affrontò con la “scupetta”(
schioppo), interruppe il loro dialogo; ed anche
il dipinto. Mentre rientravano alla masseria, Angela
disse :
– Mi piacerebbe salire a Monte Soro.
– Un jornu p’acchianari, pittari e turnari non ci basta
e non c’è unni dormiri, dda supra (un giorno per salire,
dipingere e tornare non basta e non c’è dove
dormire, lassù) – disse Turi, di rimando – A meno
che, vossia, non s’accuntenta di quarchi pagghiaru di
carbunari (a meno che lei non si accontenta di
qualche capanna dei carbonai).
65
– Mi sta bene – acconsentì la donna – vivrò in mezzo
alla natura selvaggia per alcuni giorni, senza agi né
raffinatezze. Tra i boschi ed il silenzio della montagna.
Mi piacerà senz’altro.
Il padre di Angela espresse il suo diniego al proponimento
della figlia, ma lei era ostinata nelle sue determinazioni
ed una ribelle alle convenzioni di vita del
suo rango. Nè volle nessuna servitù al seguito ad eccezione
del suo cane, Nerone. Ovviamente, genitori e
figlia litigarono. Ma Angela fu irremovibile; d’altronde
era maggiorenne e sarebbe stato impossibile vietarle il
contrario.
La donna preparò con Turi l’escursione che doveva
durare cinque giorni. Partirono prima che spuntasse il
sole, a cavallo, mettendo le provviste, le coperte ed il
necessario per dipingere su altre cavalcature.
Nei giorni scorsi, Turi le aveva insegnato il modo
corretto di cavalcare per cui la donna era divenuta
una mezza amazzone. Oltre tutto, aveva abolita la
gonna per indossare pantaloni da cavallerizza e stivali
per potere montare a cavalcioni sulla sella. In effetti,
Angela si ribellava a tutto ciò che la opprimeva e la
costringeva a vivere rinunciando ad essere libera nel
fare ciò che sentiva giusto potesse essere fatto; e precorreva
i tempi senza saperlo.
Mentre procedevano tra il canto degli uccelli che si
svegliavano al nuovo giorno, Angela sentiva di essere
attratta fisicamente da quell’uomo che
l’accompagnava; temeva quello che sarebbe potuto
accadere, ma era convinta che non avrebbe saputo respingerlo.
Però non faceva trapelare alcun segnale di
ciò che sensualmente s’agitava dentro di lei. Per allontanare
la morbosità – così lo riteneva allora – del pensiero
spronò il cavallo al galoppo. Ebbe inizio, quindi,
66
l’avventura verso Monte Soro e verso il destino di entrambi.
Fecero colazione presso la riva del lago Biviere ed
Angela decise di fare tappa per un giorno. L’acqua del
lago in estate si colora di rosso per la fioritura di una
microalga. Meravigliosa visione. Che fissò su un paio
di tele, assieme ai cespugli di more intrecciatisi con la
selvatica rosa canina, che fiancheggiavano l’acqua. Da
cui affioravano i pesci tipici del lago montano, alimentato
dalla sorgente naturale detta “Acqua Fridda”.
Poco distante, pascolavano un branco di suini neri
allo stato brado ed una mandria di vacche. Alcuni suini
attaccarono la postazione dell’artista, ma il sempre
vigile Turi li fermò con una schioppettata. A colazione
mangiarono pesce del lago arrostito sulla brace: buonissimo.
La notte la vide ospite di una capanna di
carbonai nel vicino bosco. I quali, assieme a Turi, si
sistemarono in giacigli di paglia e foglie secche attorno
al pagliaio.
A notte alta, Angela si svegliò ed uscì fuori, all’aria
aperta. Uno spettacolo raro, da lei mai ammirato, si
offrì alla sua vista. Il cielo era terso ed illuminato da
una gioiosa luna piena attorno alla quale si intratteneva
la luminosa Via Lattea; Sirio, lassù tra i monti,
lontani dal mondo, era di uno splendore unico ed induceva
alla illusione di poterlo toccare con una pertica:
tanta era la sua lucentezza. Chiome di comete cadenti
danzavano nel chiarore dell’oscurità e, guardando
la coda luminescente, si aveva la sensazione di udire
il grido con cui si staccavano dalla loro genitrice.
La civiltà, lì, era lontana migliaia di anni: quello spicchio
di mondo s’era fermato al tempo in cui Iddio
l’aveva creato.
67
Neanche Turi poteva dormire; si alzò e
s’incontrarono in un angolo di una macchia di rovi
carichi di more già mature, che raccolse ed offrì alla
donna dicendole:
– Mancu, vossia, rinesci a dormiri (nemmeno lei
riesce a dormire)?
– Non ho mai visto niente di simile. E’ uno spettacolo
sublime e mi attira lo splendore di Venere, già
pronta all’alba – rispose Angela e, nel pronunciare
quel nome, sentì il cuore balzare in gola e, nel contempo,
una mano accarezzare i suoi capelli. Era Turi,
che aveva saltato l’ostacolo…
La nobildonna si girò ed offrì le sue labbra alla voluttà.
Un lungo bacio, cui seguì il languido desiderio
foriero di altri piaceri. Si distesero sull’erba secca e si
abbandonarono all’ardore dei baci seguito da carezze
sempre più intime. Quella notte Angela offrì la sua
purezza a Venere. Non era amore ma il risveglio dei
sensi in una donna che si affacciava alla vita permettendoglielo
adesso la sua raggiunta maggiore età; ma
era anche il ritorno ad un desiderio a lungo represso
da parte di un uomo, prestante ed ancor giovane, che
aveva scelto di rinunziare al contatto femminile attraverso
una decisione, a lungo travagliata.
– Si ricorda quannu vossia sciddicò da sedda e cascò
‘nte me brazza ‘nta cchianata di Funtaneddi (si rammenta
quando lei è scivolata dalla sella e cadde tra
le mie braccia nella salita della contrada Fontanelle)?
– sussurrò Turi mentre insieme godevano il momento
dell’estasi dopo aver fatto l’amore – D’allura,
vossia trasiu ‘nte me vini e u me sangu divintava cchiù
caudu ogni vota ca ‘ncuntrava. E mi scurdava c’avia
decisu di non disidirari nudda fimmina (da allora lei
è entrata nelle mie vene ed il mio sangue diventa68
va più caldo ogni qualvolta la incontravo. E mi
dimenticavo che avevo deciso di non desiderare
nessuna donna).
– Turi, anche tu mi sei piaciuto sin da quando le tue
braccia mi accolsero nella caduta da cavallo – gli bisbigliò
in un orecchio Angela – ma so di già che la nostra
strada non ha traguardo alcuno e che arriverà il
momento in cui dovremo interrompere questo sogno
d’estate. Ma io ti voglio amare, adesso, senza nulla
importarmi del dopo. Oggi ho scoperto i piaceri della
vita e li voglio godere sino in fondo…
– Signurinedda, m’avi a pirdunari pi chiddu chi fici
(signorinella mi deve perdonare per quello che ho
fatto) – l’interruppe Turi – ma u profumu du so corpu
mi fici perdiri u controllu. Puru iò ci vogghiu tantu beni,
non sacciu comu diciriccillu…(ma il profumo del
suo corpo mi ha fatto perdere il controllo. Anch’io
le voglio tanto bene, non so come dirglielo…)
– Turiddu, non devi avere alcun rimorso, l’abbiamo
voluto entrambi. E finiscila di chiamarmi con il vossia,
siamo amanti e dobbiamo entrare nell’intimità del
“tu” – lo redarguì la donna, e proseguì – : mi sembra
di vivere la storia di Lady Chatterley, è incredibilmente
bello ed avventuroso.
– Cu è chista? (chi è costei?) – rispose Turi, adombrandosi.
– L’amante di un guardiacaccia, una nobildonna inglese
che, ribellandosi alle convenzioni di casta, si
diede ad un uomo del popolo e si amarono con voluttà
e senza inibizioni, – tentò di spiegare Angela.
– …ah!…, e dopo una pausa: ma s’u baruni, to patri,
l’avissi a scupriri mi licenzia e iò non sacciu unni iri,
(ma se il barone, tuo padre, lo dovesse scoprire mi
69
licenzierebbe ed io non so dove andare) – soggiunse
l’uomo.
– Non ti devi preoccupare, non saprà niente, ma se
lo dovesse scoprire io gli impedirò di cacciarti via – lo
rassicurò la donna.
– Comunque, iò aiu rimorsu versu to patri p’un debitu
di riconoscenza quannu mi sarvò da galera ammucciannumi
‘nte so casi du feudu e dannumi un travagghiu
(comunque, io ho rimorso nei riguardi di tuo
padre per un debito di riconoscenza quando mi
salvò dalla galera col nascondermi nelle sue case
del feudo e dandomi un lavoro) – soggiunse il fattore.
– Turi, mi assumo io ogni responsabilità. Se colpa
c’è, è mia dal momento in cui ho voluto te, da solo,
per guida e compagnia nelle mie passeggiate o escursioni.
All’alba si inerpicarono verso Monte Soro, una delle
cime più alte della Sicilia, dirimpettaia dell’Etna. Le
falde del monte erano coperte da un bosco di faggi e
vi si poteva ammirare, salendo, un monumentale acero
montano.
Angela dipinse tutto il giorno. Tre tele, da diverse
angolazioni, accolsero l’ineguale paesaggio che aveva
coinvolto la sua ispirazione di artista. Tra l’altro quel
giorno, erano visibili anche le isole Eolie. Lo sguardo
spaziava, quindi, dallo Ionio al Tirreno. Che spettacolo!
Che incantevole visione! Turi, come al solito, procurava
la carne per la colazione con qualche scoppiettata
e cucinava anche la pasta che si erano portati dietro:
insomma, preparava un pranzo completo. E, per
frutta, dolcissimi gelsi neri che avevano intercettato
salendo.
70
La baronessina volle rimanere per la notte sulla
montagna. Turi approntò un “pagghiaru” (capanna)
con rami tagliati nel bosco e per giaciglio sparse sul
terreno foglie ed erba secche. A quella quota – anche
se in agosto – durante la notte scendeva il freddo. Che
affrontarono con un paio di coperte e stando abbracciati,
ed ovviamente facendo l’amore. Fu una notte in
bianco. Il sole alto li vide nella pausa del sonno ristoratore.
Nel pomeriggio tornarono al capanno dei carbonai,
nel bosco, i quali mostrarono stupore nel vederli dormire
insieme ma tacquero zittiti dal timore riverenziale
nei confronti della nobildonna, nonché dal rispetto
che portavano al fattore del barone di Mangalavite.

sti notti mancu mezza parola avi a nesciri di stu pagghiaru.
Ni capemu?> (Picciotti, per quello che avete
visto in questi giorni ed in queste notti non deve
uscire da questo capanno nemmeno mezza parola.
Ci siamo capiti?) disse Turi a quegli uomini con la
mano appoggiata sulla fondina della pistola e con lo
sguardo torvo.

sapemu> (Vossignoria può stare tranquillo. Non
abbiamo visto niente e niente sappiamo), rispose il
più anziano e gli altri annuirono col capo.
Il giorno appresso, dopo aver ringraziato i boscaioli,
si diressero verso la masseria del barone di Cesarò,
proprietario anche del lago Biviere. La strada per il
ritorno alle “Case di Mangalavite” fu intrapresa il
giorno successivo. Pochi furono i quadri dipinti, ma
abbondante fu l’amore sparso tra i boschi, sui monti,
in riva al lago, sotto l’inimmaginabile, ed invitante,
cielo stellato, la loro coltre in quell’ansa dei Nebrodi.
71
Nelle settimane seguenti, la pittrice si cimentò a
trasportare sul cavalletto le prospicienti Rocche del
Crasto, presso le quali, pur tuttavia, volle fare
un’escursione assieme all’inseparabile Turi. Dalle falde
ritrasse i suggestivi contrafforti della Rocca di Calanna,
che inquietava per le leggende che le si attribuivano,
essendo stata teatro di cruenti avvenimenti
bellici, svoltisi parecchi secoli addietro, a seguito di
uno scontro tra indigeni e saraceni.
Mentre Angela era intenta a dipingere, Turi esplorava
l’area circostante. Rovistando tra un mucchio di
pietre, che aveva attirato particolarmente il suo
sguardo, vide un oggetto coperto di fanghiglia. Lo ripulì
e scoprì trattarsi di un monile antichissimo, in
oro. Era risaputo che parecchi reperti erano stati trovati
nella zona e trafugati dai cosiddetti tombaroli. Lo
regalò alla sua donna invitandola a non disfarsene
mai per ricordare il loro amore impossibile. In
quell’atmosfera magica, i due amanti festeggiarono
l’assenza dell’occhio del barone per darsi ancora ai
piaceri dell’amore. Ed ogni volta scoprivano aspetti
nuovi dello stare insieme su un giaciglio improvvisato,
su un talamo sotto il nudo cielo.
72
IV
A ferragosto, si teneva, nella Contrada Crocetta, la festa
della Madonna Assunta. Don Angelo Cingalio pensò
di fare cosa gradita nell’invitare, per l’occasione,
presso la sua villa, le due famiglie aristocratiche. Per
l’ora del pranzo, attorno alla tavolata imbandita sotto
il pergolato sedevano i Dellosso Lanzetti ed i Della
Corte con i padroni di casa, l’Arciprete ed il comandante
dei Reali Carabinieri ed altri invitati, tra le persone
più rappresentative di Castellungo.
Due agnelli, ancora in giovane età, cotti al forno e
maccheroni casarecci allietarono, assieme ad altre
leccornie locali, il palato dei commensali. Padre Don
Lio, che giocava in casa, delegato dal suo capo, Don
Ignazio, introdusse il convivio con un affrettato segno
della Croce ed una incomprensibile giaculatoria. Don
Angelo aveva fatto venire dal paese alcuni musici con
chitarra mandolino e fisarmonica per un sottofondo
musicale durante il banchetto.
Mai processione pomeridiana, in quelle località, vide
la presenza congiunta di così illustri personaggi. A
sera inoltrata, al lume delle lanterne, le cavalcature
condussero i festaioli alle rispettive abitazioni con la
scorta di uomini armati.
73
Giunse settembre. A Castellungo, nella prima domenica
del mese, la comunità celebrava solennemente
il Crocifisso, ma diventava la più grande festa
dell’anno in quanto uscivano in processione anche
San Leone, il Protettore del paese, e la Madonna Imacolata.
Il Marchese Dellosso Lanzetti invitò la famiglia del
barone Della Corte a trascorrere quei due giorni festivi
al suo castello.
Il barone Averardo, in presenza dell’invito, convocò
figlia e moglie, e subito disse: <
Angela, che tu sciolga la tua riserva e dia una risposta
alla richiesta di fidanzamento del marchesino Roberto
Dellosso>>
La ragazza, che stava vivendo la sua prima esperienza
sessuale attraverso l’intensa relazione con Turi
Vinicio, dribblò la risposta ed asserì :<
convinta, ho bisogno ancora di pensarci su. D’altro
canto, questi due giorni trascorsi come ospiti dei Marchesi
di Castellungo serviranno senz’altro a conoscere
un po’ Roberto. Non ho fretta a sposarmi e quel passo
lo voglio affrontare con convinzione dopo che sarò certa
di nutrire un sentimento di amore per colui che dovrà
essere il compagno di tutta la mia vita>>.
I genitori non poterono che convenire con il ragionamento
e la volontà della loro figliola.
Il dì della celebrazione della messa solenne, a mezzogiorno,
il sagrestano Calogero Bòtolo si divertì a salire
e scendere aggrappato alla corda dell’immenso
manufatto in bronzo degli artigiani di Tortorici facendo
diffondere sino alle contrade il suono piacevole
delle campane a festa della Chiesa Madre. Lo collaborava,
per le altre campane, un paio di ragazzo, appositamente
addestrati.
74
Dal Duomo uscirono le vare del Protettore e del
Crocifisso e s’incontrarono, in piazza, con quella della
Madonna, proveniente dalla Chiesa della SS. Annunziata.
Il Gonfalone con il Sindaco e la Giunta, assieme
al Marchese Dellosso Lanzetti, erano lì ad accogliere i
Santi, mentre la banda di Calcara adempiva al suo
dovere di allietare l’evento con le note musicali dei
maestri concertatori. Il corteo iniziò la sfilata, che si
apriva con i ”fratelli” ed il labaro della Confraternita
del SS. Sacramento, cui seguiva quella del Sacro Cuore;
indi, le statue dei Santi. Che venivano accompagnati
dal Capitolo collegiale della comunità con in testa
l’Arciprete, raggruppato sotto un baldacchino mobile
portato dai “fratelli” del SS. Sacramento. Seguivano
le autorità civiche e quelle militari, le quali, però,
si spostavano per assicurare l’ordine pubblico.
Spighe di grano intrecciate andavano a formare dei
mazzi che, legati alla vara di San Leone, la agghindavano
per l’occasione festaiola ma rappresentavano anche
un atto di devozione per grazia ricevuta o per
propiziarsi la benevolenza del Patrono. Taluni invocavano
la Sua protezione facendo sedere accanto alla
statua i propri figli. La pesantissima vara era portata a
spalla nuda da robusti giovanotti, ma anche da uomini
maturi che così assolvevano ad un voto, mentre, di
converso, le donne scioglievano una promessa votiva
seguendo il Protettore scalze, in silenzio e coperte da
ruvidi mantelli di feltro sul corpo privo di vestiti; variopinti
lazzuna (cordoni), tirati da devote donne, arricchivano
la originale scenografia religiosa. I sacerdoti
accompagnavano il rito sacro salmodiando, cui
facevano riscontro giaculatorie e canti da parte del
coro delle pie donne. Un susseguirsi di “Viva, viva San
75
Leone”, cui faceva eco “ Viva il SS. Crocifisso” venivano
gridati dagli uomini sotto le vare (fercoli).
Il corteo, giunto dinnanzi al castello, venne fatto
fermare in quanto il Marchese offrì ai portatori delle
statue ed ai musicanti un bicchiere di vino; analogo
rituale si svolse presso l’abitazione del Sindaco: egli
invitò quegli uomini, alcuni dei quali avevano già la
spalla sanguinante, ad accomodarsi presso “a putia du
vinu du Lallà” (la bottega di vino di Lallà). Già in
precedenza, dopo avere percorso “i vaneddi du sdirupu
(i vicoli del rione dirupo)”, un’altra tappa era stata
fatta “ a porta ranni” (l’antica Porta Grande di accesso
al paese quando questi venne fondato), il
luogo dove era stato ritrovato il tesoro rubato a San
Leone: lì, dopo le preghiere di rito, alcuni cittadini
consorziati, diedero da bere agli uomini delle vare.
Qualcuno si chiederà se tutto questo alcool ingurgitato
sortisse qualche effetto di ubriachezza nei bevitori.
No, perché le calorie e l’alcoolicità venivano smaltite
dall’enorme sforzo cui si sottoponevano coloro che
stavano sotto le statue dei santi, che, si ripete, erano
abbastanza pesanti.
Pur tuttavia, succedettero alcuni episodi incresciosi.
L’unica banda musicale, che accompagnava i santi,
era quella di Calcara per cui, quando essa si fermava
per riposarsi, anche le vare venivano fatte stazionare.
E si incavolavano i portatori se al grido di “musica,
musica” i suonatori continuavano a prendere fiato.
Non si partiva se la musica non tornava a farsi sentire.
L’atmosfera si faceva incandescente: protestavano i
portatori, protestava l’Arciprete, davano segni di insofferenza
coloro che stavano dietro alla processione
perché la lungaggine dei tempi andava oltre al consentito
ed al lecito: quattro ore circa per completare il
76
giro del paese e saltava il pranzo della festa. Da clima
festaiolo si passava a “giornata da dimenticare” per
molte persone, malgrado la devota sopportazione.
Superati l’area du Buriu – Funtana – Vignalazzo
(borghi) e la salita dei “due canali”, che sfiancò gli
uomini sotto la vara di San Leone, essi si fermarono
per bere altro vino presso la bottega esistente al pianterreno
della casa della famiglia Iofrida; ogni volta,
con loro bevevano anche i musici, i quali, al contrario
dei portatori, subivano gli effetti dell’alcol. E fu qui,
che successe il fatto spiacevole. I musicanti non volevano
riprendere a suonare e gli uomini “dalla spalla
sanguinante” non si volevano muovere di un passo.
L’Arciprete chiese l’intervento del Sindaco e dei Carabinieri.
Costoro, dopo essersi consultati, decisero di
fare intervenire i militi: qualcuno dei più renitenti fu
temporaneamente arrestato mentre altri vennero
“scudisciati” nelle gambe dalla sciabola (per fortuna
non tolta dalla guaina) del Maresciallo De Benedictis.
Il Sindaco, Don Angelo Cingalio, fu costretto ad intervenire
con la sua autorevolezza per convincere gli
uomini a riprendere la processione.
Angela e suo padre assistevano con ripugnanza a
quanto stava accadendo e Don Pietro cercò di rasserenarli
spiegando loro che questi episodi erano di ordinario
accadimento durante quella processione annuale.
Il pranzo ormai era andato. Dopo qualche ora,
nella tensione generale e nella stanchezza, vissute con
cristiana rassegnazione, la manifestazione religiosa
pervenne a conclusione con il panegirico, a Cruci du
Serru, dinnanzi al magazzeno di S.Antonio, tenuto dal
cappuccino Padre Calogero.
Alle quattro del pomeriggio, i cittadini di Castellungo
poterono consumare il pasto preparato il giorno
77
precedente e riscaldato sul momento. Ma la fede faceva
sopportare un pesante sacrificio, rinunziando anche
alla goduria delle proprie papille gustative.
– Caro Marchese, non ho mai visto nulla di simile –
sbottò Don Averardo – A Palermo, le processioni si
svolgono nel pomeriggio e procedono senza proteste.
Eventuali liti vengono subito represse dagli addetti al
mantenimento dell’ordine.
– Ormai è una tradizione che la processione si svolga
in questo modo – incalzò Don Pietro – , la gente si è abituata,
si lamenta ma sopporta perché, secondo loro, la
tradizione è da rispettare.
– Ed io sono d’accordo affinché le cose rimangano
così – intervenne nella discussione la moglie del Marchese,
Donna Maria Giovanna.
– Le tradizioni possono essere rispettate, modernizzandole
per non recare fastidio alla gente, – intervenne
Angela.
– In effetti, bisognerebbe capire che, essendo un giorno
di festa, esso va ricordato, oltre che sotto l’aspetto religioso,
anche dal punto di vista sociale – interloquì
Roberto – . Infatti, in questo giorno si appronta un
pranzo un po’ particolare e parecchie famiglie hanno
anche ospiti o parenti che vengono da fuori.
– Non è corretto costringere la gente a consumare il
pasto riscaldato ed in un orario inusuale – aggiunse
Donna Matilde, che era una buona forchetta.
– Occorrerebbe proporre all’Arciprete di spostare la
processione nel pomeriggio, – riprese il discorso Angela.
La tradizione si può rispettare facendo uscire i Santi
dalla Chiesa Madre a mezzogiorno per portarli alla
Chiesa della SS. Annunziata, da dove, intorno alle quattro,
si potrebbe dare inizio ad una imponente cerimonia
lungo le strade del paese.
78
La sera erano in piazza per accogliere il Crocifisso e
San Leone, che rientravano alla loro Casa. Era uno
spettacolo, che trasmetteva brividi, quello della acchianata
(erta salita di una scalinata) della maestosa e
pesante vara di San Leone, che affrontava di corsa lo
scalone di ingresso alla Chiesa Madre tra scoppi di
mortaretti, la marcia solenne della banda musicale e
gli applausi degli astanti. La scena era illuminata da
torce e candele nelle mani della gente. I fedeli sostenevano
che San Leone, consentendo quel pericoloso
rituale della salita della scalinata, compiva annualmente
un miracolo perché nessun incidente mai si verificava.
La grande devozione verso il Santo era giustificata,
altresì, dal miracolo operato quando, nel marzo
del 1851, salvò il paese da una frana che minacciava
di distruggerlo, e quando, ancora, alcuni fedeli sognarono
il luogo dove avrebbero ritrovato l’oro e tutti gli
oggetti preziosi che al Santo erano stati rubati.
Il dì di festa si concluse con i fuochi d’artificio sparati
nello spiazzale antistante la Chiesa Annunziata:
“ruote pazze” multicolori e scoppiettanti e bengala
che, in discesa, sembrava stessero cadendo sulla testa
degli spettatori, i quali urlavano per la paura. Anche
Angela fu presa dal panico e, per un attimo, si trovò
aggrappata al braccio di Roberto. Che subito lasciò in
quanto il suo cavaliere le indirizzò parole di conforto
e di tranquillità. Alcuni strumenti dei musicisti alcaresi,
però, tentavano di creare un’atmosfera allegra
eseguendo canzonette popolari.
Il dialogo fra i due giovani, in quei giorni, fu circoscritto
agli avvenimenti del momento. Nessun accenno
ai sentimenti che albergavano in ciascuno di essi.
Roberto non si lasciava sfuggire l’attimo in cui potere
posare il suo sguardo sul bel volto di Angela. Lei, pe79
rò, non lo ricambiava. Non una parola d’amore, né
cenno alcuno ad un ipotetico fidanzamento. Angela,
in cuor suo ringraziò Roberto per questo comportamento
da vero gentiluomo in quanto non l’aveva messa
in imbarazzo per una risposta che, in quel periodo,
poteva compromettere l’evolversi del loro rapporto futuro.
L’indomani, all’alba, i della Corte rientrarono a
Mangalavite. E, per ricambiare l’ospitalità di quelle
giornate, Don Averardo invitò il Marchese e la sua
famiglia a trascorrere alcuni giorni nei loro possedimenti
poiché la domenica successiva avrebbero festeggiato
la Madonna dell’Addolorata, essendo quela
data dedicata a Lei.
80
V
Iniziava, in montagna, l’autunno e le giornate si facevano
uggiose. Angela ed il padre, quando il tempo lo
permetteva, andavano a cavallo per controllare le
mandrie al pascolo: qualche centinaio di mucche ed
una decina di tori, trecento pecore, maiali allo stato
brado, ed, inoltre, capre, muli ed asini. Quando Roberto
era presente si univa anch’egli al gruppo e, poiché
era un esperto di allevamenti e di agricoltura, su
richiesta del Barone, dispensava qualche consiglio.
Nel corso della stagione estiva, il Barone aveva dato
inizio ad una serie di lavori. Sopra i 1300 metri di altezza
s.l.m., egli incrementò l’area destinata a bosco
piantando più di mille alberi tra faggi ed abeti; inoltre,
fece costruire piccole dighe per la raccolta delle
acque ed abbeveratoi per il bestiame. Per questi interventi
si avvalse della consulenza di Don Angelo Cingalio,
il quale, oltre che farmacista, era anche agronomo.
Questi gli fu molto utile perché, oltre tutto, seppe
individuare una rara malattia che colpiva i faggi distruggendoli
e consigliò, indi, al Barone di effettuare
una particolare ed accorta potatura. L’intervento, a
tappeto, che richiese due mesi di lavoro, riuscì a salvare
questi alberi e, quindi, lo stesso bosco di Mangalavite.
81
Bosco, che, nelle pubblicazioni specializzate, veniva
indicato come unico veramente bello ed imponente
della Sicilia nebroidea. Si estendeva, infatti, per 980
ettari. Le specie arboree presenti spiegavano un ventaglio
che andava dai tassi ai frassini al pungitopo,
dagli aceri agli agrifogli alle antiche faggete. Era attraversato
da parecchi corsi d’acqua, ruscelli e torrenti
che davano vita a stagni ed abbeveratoi. Vivevano in
libertà sul suo territorio parecchie specie animali, tra
cui martore, poiane, cornacchie, merli acquaioli, ghiri,
gatti selvatici, donnole e scriccioli. Un museo
all’aperto, ricco di colori e di impercettibili suoni, che
ammaliava gli appassionati delle escursioni alla ricerca
del silenzio della natura e gli ospiti della proprietà,
che venivano accompagnati, nelle visite, da esperte
guide locali. C’era infatti pericolo che, da soli, gli escursionisti
potessero perdersi: soprattutto coloro che
andavano a caccia di funghi. Il Barone, peraltro, consentiva
la raccolta di porcini per uso personale sotto il
controllo dei campieri.
Accanto alle case, il proprietario realizzò un ricovero
per viandanti, attrezzato con forno a legna, ed un
locale, chiamato zaccanu (luogo di ricovero per pecore
e capre), dove venivano trattenuti gli animali estranei
alla proprietà, trovati a fare danno; restaurò
anche le abitazioni per i campieri e gli alloggi per i
contadini. Ne fece, in effetti, un’azienda modello.
Laddove era parecchio ammirato il grande cerro, vicino
le case, di antichissima età e lussureggiante bellezza.
Quella domenica di metà settembre assistevano alla
messa, presso la chiesetta delle Case, i lavoranti nel
feudo ed alcuni cittadini, devoti della Madonna, venuti
da Castellungo. Celebrava, come di consuetudine
82
nelle contrade, Padre Don Lio con il suo incomprensibile
latino cui faceva da intermezzo, però, un sentito
panegirico che l’Arciprete si era riservato di tenere. La
famiglia del Barone Della Corte, alla quale si unirono
Roberto, alcuni residenti ed i devoti venuti dal paese,
si accostarono al Sacramento della Comunione. Con
l’”ite, missa est” la cerimonia ebbe termine.
La cuoca di casa, la palermitana Rosalia, al suono
della campana della chiesetta, invitò gli astanti ad accostarsi
alla tavolata imbandita nel cortile per servirsi
da se (la parola self – service non si poteva pronunziare
in quanto il Fascismo proibiva l’esterofilia) il cibo
cucinato. Il menù era in parte palermitano, in parte di
cibi del luogo. Antipasti di salame e formaggio locali,
olive greche, insalata di riso con pezzetti di tonno
sott’olio e sott’aceti, carne di capretto e di agnello, cucinata
sulla brace, le cui budella erano state prelevate
per farne delle gustose stigghiole (budelle di carne di
agnello o capretto) fritte. Nocciole verdi, calia, vino e
gassose. E come dessert, la famosa cassata siciliana.
La cuoca palermitana, Rosalia, collaborata da altre
ragazze del luogo, era riuscita a preparare tutto quel
bendiddìo per duecentocinquanta persone.
A fine banchetto, Don Averardo volle raccontare un
fatto portentoso accaduto qualche secolo prima. <
questa zona una banda di ladri. Un giorno, essi
si presentarono alle Case ed intimarono la consegna di
averi, soldi ed animali. Di fronte alle armi spianate, gli
aggrediti non poterono fare altro che ubbidire. Ma quei
manigoldi rivolsero lo sguardo verso alcune giovani
donne presenti e, con fare minaccioso, si apprestavano
a violentarle>>. <> – disse Roberto
– <
– proseguì il barone – ma non riuscendo a dissua83
derli dovette far seguire una colluttazione con il loro capo.
Questa azione diversiva consentì alle giovinette di
fuggire e riparare nella chiesetta, sprangandone la porta.
I banditi, dopo avere picchiato a sangue il povero fattore,
raggiunsero il luogo dove si erano rifugiate quelle
poverette e tentavano di forzare l’entrata>>. <
– chiese con ansia Rosalia, la cuoca>> <
era terso, – incalzò Don Averardo – ma all’improvviso
si coperse di nuvole ed un fulmine colpì il gruppetto che
si affannava per potere entrare nel luogo sacro per stuprare
quelle adolescenti. Alcuni di essi furono buttati a
terra, altri vennero uccisi dalla saetta. I sopravvissuti
fuggirono, lasciando ovviamente il bottino>>. <
avvenne un miracolo?>> – esclamò Angela – <
porta della chiesetta è visibile ancora il segno nerastro
della folgore. – concluse il suo racconto il padrone
di casa – Quel giorno era la seconda domenica di settembre.
Chiaramente, fu un miracolo che la Madonna
dell’Addolarata, la cui effige è oggetto di venerazione
all’interno della chiesetta, volle operare per aiutare non
solo quelle poverette, ma anche la comunità della contrada>>.
Il giorno di festa si concluse con un brindisi collettivo,
per augurare una abbondante prossima vendemmia,
e tra “chianote” (canti popolari locali), intonate
dagli uomini di bella voce.
Alcuni degli intervenuti presero la strada del ritorno
appressandosi l’imbrunire, altri rimasero ospiti di alcune
famiglie di contadini mentre la famiglia del
Marchese, il Sindaco e l’Arciprete, considerate le ore
occorrenti per giungere al paese, trascorsero la notte
nelle Case del Barone per intraprendere all’alba la
strada del ritorno alle loro abitazioni.
84
In quei due giorni, Angela sfuggì ad ogni tentativo
di Roberto per una conversazione lontano dalle orecchie
degli astanti perché si sentiva sotto controllo visivo,
a distanza, da parte di Turi. Non intendeva compromettere
quegli ulteriori giorni di piacevole soggiorno
montano intuendo, nel suo intimo, che mai più
avrebbe vissuto un’avventura forte e selvaggia.
85
VI
Il barone Averardo aveva comprato alcuni anni addietro
un esteso vigneto, con annessa fattoria, non molto
distante da Mangalavite, in territorio di Calcara. La
famiglia vi si trasferì, quindi, per alcuni giorni per
procedere alla vendemmia.
Don Averardo non era riuscito ad onorare il suo debito
col contadino che glielo aveva alienato, al quale
aveva già corrisposto la metà dell’importo richiesto e
pattuito. Quest’ultimo, dopo tanta insistenza e non
vedendosi tra le mani la somma mancante delle centinaia
di lire (qualche paio di milioncini dell’era moderna,
prima dell’euro) ancora dovutegli, consigliato
da un prete locale, si rivolse al magistrato. Era in corso,
quindi, una causa che il barone aveva già persa in
primo grado ma che continuava avendo fatto ricorso
contro la sentenza. La lite era stata portata, quindi, al
giudizio della Corte d’Appello. Ma, per intanto, il barone
procedeva al raccolto dell’uva.
I “cufini” (cesti) pieni d’uva venivano svuotati dalla
ciurma nella vasca del “parmentu” (palmento), laddove
i “pistaturi” (pestatori), dopo avere fatto un accurato
pediluvio, cantando canzoni popolari, pigiavano i
grappoli per farne uscire il mosto, che veniva raccolto
nella “tina” (tino). Laddove, a contatto con bucce e
raspi, fermentava per una giornata per essere travasa86
to, indi, nelle botti. Le altre operazioni, relative alle
“fezze” (fecce), alla vinaccia venivano eseguite necessariamente
da operai esperti.
La vinificazione era uno spettacolo cui Angela volle
partecipare; dopo essersi sottoposta al bagno dei piedi,
si mise in fila con i “pistaturi” per saltare sui grappoli
d’uva. Trascorsa qualche ora, l’esalazione dei vapori
del mosto aveva fatto il suo effetto: erano allegri,
molto allegri tutti quanti, quasi ebbri. Cantavano ballando
nella vasca del palmento. Era uno spettacolo di
gioia.
L’annata fu ottima ed il barone volle festeggiare
l’abbondanza di uva facendo scannare un vitello, che,
rosolato sulla brace di legna locale ed accompagnandolo
con pane appena sfornato, venne onorato da operai,
impiegati e dai suoi familiari con assaggi di
mosto, necessariamente contenuti per evitare effetti
collaterali. Poiché la stagione si manteneva ancora su
temperature calde, il padrone di casa fece approntare
una pentola di acqua e limone da fare roteare in un
capiente recipiente di ghiaccio prelevato dalla neviera,
realizzata, come detto, durante la stagione invernale
nei dintorni delle case di Mangalavite. Alcuni, per
smaltire i bollori, consumarono doppio bicchiere di
granita. La festa continuò nel cortile interno della fattoria
con danze alla luce di lanterne e torce. Angela e
Turi presero parte ai balli popolari cantando le canzoni
vendemmiali.
I loro sguardi compiacenti, il conversare con i corpi
ravvicinati tradivano un rapporto esistente tra Angela
e Turi, sul quale già sommessamente si vociferava.
Qualcuno dei boscaioli l’aveva confidato a qualche
sua comare, che aveva passato la notizia ad altre donne,
raccomandandone il silenzio. Ma si sa come van87
no questa cose: il tacito passa parola diventa il tam
tam della giungla. Gli unici a non avere intuito alcunché
erano i genitori della ragazza. Dopo i baccanali, i
due amanti si diedero appuntamento nell’attiguo pagliaio.
– Signurinedda, quant’eri provocanti mentri ballavi,
mi veniva vogghia d’isariti ‘nte me vrazza e cummigghiariti
di vasuna (signorinella quanto eri provocante
mentre ballavi, mi veniva voglia di alzarti tra le
mie braccia e coprirti di bacioni) – le si rivolse Turi
stringendola a sé non appena s’incontrarono.
– Ed io avevo voglia di fare l’amore con te lì, subito,
quando sentivo il tuo braccio cingermi forte e la tua
mano che s’intrecciava con la mia. Ed il tuo sorriso,
dolce ed invitante, è una rosa profumata da baciare.
Turi, prendimi… – le sussurrava la ragazza mentre lo
copriva di baci.
Si distesero su un giaciglio di paglia e mollarono i
freni del loro desiderio. Alternando conversazioni e
lunghi amplessi, fecero giorno. Non poterono andare
a letto perché il barone ordinò il rientro alla masseria
di Mangalavite.
Gli incontri tra i due amanti, quando non effettuavano
qualche escursione, avvenivano nelle ore notturne
in una stanza della foresteria. Che, non essendo abitata,
accoglieva con discrezione la loro intimità.
La raccolta delle castagne era prossima ed i due sapevano
che il loro idillio avrebbe avuto termine.
Dieci “vurdunari” (mulattieri), alla fine del mite autunno,
guidarono una fila di cento animali da soma
carichi di sacchi contenenti grano, castagne e formaggio
pecorino sino ai carretti che li attendevano
all’incrocio della regia trazzera per conferire, alla marina,
ad una nave di medio tonnellaggio, la mercanzia
88
che, assieme a quella del Marchese di Castellungo,
doveva essere scaricata presso il porto di Palermo.
Dove erano in attesa i compratori.
Angela, prima del rientro in città, volle organizzare
l’ultima escursione con Turi. Le Case di Ferrante, nei
pressi di Portella Gazzana, rappresentavano il frutto
di una trasformazione incompiuta, nei secoli addietro,
da parte del feudatario del luogo. L’immobile era stato,
nel XII secolo, un cenobio dipendente dall’Abbazia
di Fragalà, abitato da monaci, che pregavano e tenevano
messa nella incorporata chiesa dedicata a Santo
Ippolito. In seguito, il cenobio venne abbandonato per
cui venne acquisito dal barone di quelle terre volendolo
egli destinare ad una struttura militare. Ma non è
dato sapere il motivo per cui la trasformazione del
complesso religioso si arrestò e, nel tempo, solo i muri
resistettero. Un’ala, però, era coperta ed offriva riparo,
anche se precario, per qualche notte. Vi si diressero
essendo a conoscenza di Turi il modo con cui potere
entrare e sistemarsi per alcune ore. Fecero colazione
presso la “baracca di Gazzana “, gironzolarono nei
dintorni sino a mezzogiorno quando giunsero
all’improvvisato “hotel montano” con due conigli e
quattro beccacce abbattuti dallo schioppo dell’uomo
“senza licenza per la caccia”… Alla “biviratura” (beveratoio)
vicina rinfrescarono i cavalli e fecero provvista
di acqua freschissima per le loro esigenze presso il
luogo che li avrebbe ospitati per la notte.
Nel pomeriggio, la pittrice volle ritrarre il suo uomo:
ne venne fuori una tela, di stile astratto, che non
tracciava le vere sembianze di Turi, bensì i connotati
del suo volto maschio, della sua prestanza fisica tratteggiata
in un torace nudo su arti inferiori muscolosi,
ricoperti da pantaloni e stivali da cavallerizzo. Questo
89
quadro accompagnò per tutta la vita la sua creatrice.
Né mai alcuno seppe la vera identità del modello.
– E’ stato bello, Turidduzzu, amarti senza vincoli
né promesse future in questo paesaggio da favola.
Non ci sarà un seguito perché non è possibile, per ovvi
motivi di classe sociale, che tu comprenderai. Ma è
certo che non potrò mai dimenticare questi giorni,
questo nostro rapporto così intenso, mentre il desiderio
del tuo bel corpo mi accompagnerà sempre. Forse,
tra cent’anni sarà possibile che una tizia di sangue blu
possa stare insieme con un operaio. Oggi, no! Con
queste parole Angela strinse a sé l’uomo della sua
prima stagione d’amore e si scambiarono un lungo
forte abbraccio.
– Ianciuluzza mia (Angeluzza mia) – riuscì a chiamarla
finalmente Turi – campau vintisei anni senza
pinsera di famigghia e senza amari nudda fimmina. Da
quannu sugnu cu tia pirdivu u sonnu e a paci intra di
mia. Non sacciu comu sarà a me vita futura senza di
tia…(ho vissuto ventisei anni senza pensieri di famiglia
e senza amare alcuna donna. Da quando sono
con te ho perso il sonno e la pace dentro di me.
Non so come sarà la mia vita futura senza te…)
– Bisogna farsene una ragione, Turidduzzu, – lo interruppe
la donna
– Quannu eru disirturi e to patri ‘mmammucciò ‘nte
so terri, cà a Mangalavite, mi capitò di fari all’amuri cu
qualcuna di muggheri di cuntadini mentri iddi travagghiavanu
e iò stavo ammucciato ‘nte so casi. Ma non
vosi bene a nudda di iddi. Dopu, quannu divintai u capu
di dipendenti du feudo, grazie o signor baruni, non
desi cchiù cunfidenza a nuddu, né masculi né fimmini,
pi farimi rispittari. E ci rinisciu (quando ero disertore
e tuo padre mi nascose nelle sue terre, qui a Manga90
lavite, mi capitò di fare l’amore con qualcuna delle
mogli dei contadini mentre essi erano al lavoro ed
io stavo nascosto dentro le loro case. Ma non ho voluto
bene a nessuna di esse. Dopo, quando sono divenuto
il capo dei dipendenti del feudo, grazie al signor
barone, non ho dato più confidenza ad alcuno,
né uomini né donne, per farmi rispettare. E ci
sono riuscito).
– Turi, ti voglio regalare uno dei miei quadri che ho
dipinto su Monte Soro, dopo che abbiamo fatto
all’amore per la prima volta – gli disse la donna – così
non ti dimenticherai mai di me.
– E’ stata na stagiuni che non pozzu scurdari, chi finiu
chi castagni – replicò Turi. Iò non pozzu vuliri beni
quantu a tia a nudda fimmina e sarà difficili chi mi
spusu. Tu mi resti pi sempri ‘nto me cori (è stata una
stagione che non potrò scordare, che è finita con la
raccolta delle castagne. Io non potrò volere bene a
nessuna donna quanto a te e sarà difficile che mi
sposi. Tu resterai per sempre dentro il mio cuore).
Dopo la cena comparve sul precario desco un dolce
alle castagne, raccolte personalmente da Angela, che
lei aveva preparato per l’occasione ed una bottiglia di
ottima Malvasia. Brindarono a sé stessi nella penombra
delle candele ed innanzi ad un fuocherello che
Turi aveva acceso sull’ impiantito in terra battuta di
un vano riparato dagli spifferi della notte.
Ad un tratto, Turi uscì fuori dal suo tascapane, un
ricordo soldatesco, un fruscalettu (uno zufolo siciliano)
ed intonò un’antica nenia, interrotta da alcuni
versi : ”i to labbra sunnu cchiù duci du meli di me api,
i to minni sunnu cchiù janchi du latti di me pecuri, i to
carizzi sunnu cchiù liggeri di l’ali di farfalli, i to baci
ciaccanu a catina di la vita, u to corpu mi fa sciddicari
91
‘nmezzu e limpidi acque du lagu du Biveri” (le tue labbra
sono più dolci del miele delle mie api, i tuoi seni
sono più bianchi del latte delle mie pecore, le tue
carezze sono più lievi delle ali di farfalle, i tuoi baci
spezzano la catena della vita, il tuo corpo mi fa
guizzare tra le terse acque del lago Biviere). Alternava
alle invitanti strofe la musica dolcissima dello zufolo.
Angela fu totalmente presa da quell’improvviso incanto,
uno spettacolo per lei sconosciuto: si mise a
danzare lentamente attorno al fuoco divenuto, nel
frattempo, un falò che emanava tepore e che, assieme
al dolcissimo suono, penetrava nel suo intimo. In maniera
del tutto naturale, cominciò a liberarsi dei vestiti.
Danzava nuda ed invitava Turi a fare altrettanto.
Egli, recitando quei versi, si presentò ad Angela come
Adamo ad Eva. Riprese a diffondere le struggenti note
e ballarono sfiorandosi con i loro corpi. Sino a giungere
all’apice del desiderio che li fece sdraiare, per sublimare
la loro passione, attorno al fuoco scoppiettante.
Esausti, un rustico pagliericcio li accolse e si coprirono
con alcune coperte. Quella notte si amarono ancora
con foga intensa e si unirono più volte. Fuori,
un’upupa diffondeva il suo canto cupo ed un forte
vento soffiava sulla incompiuta rustica casa. Sbattevano
alcuni infissi non chiusi facendo sobbalzare la
donna che si stringeva al suo uomo. Poi, sul fare del
mattino, cessando il vento, una pioggerellina deterse il
nerume della notte. I due amanti uscirono allo scoperto,
nel cortile interno, sotto la pioggia e, nella nudità
integrale, rotolarono per terra abbandonandosi ancora
all’ultimo amplesso d’amore, intenso e profondo, il
cui urlo di piacere infinito echeggiò per quelle antiche
92
mura, un tempo sacre. Poi, abbandonarono quel luogo
che li vide insieme per l’ultima volta.
93
VII
Per salutare i suoi dipendenti, il barone li riunì
nell’aia nel pomeriggio antecedente la partenza ed offrì
loro nocciole infornate, ramette e caldarroste, accompagnati
dal vino novello. Turi volle portare di persona
un bicchiere di vino ad Angela, che bevvero metà
per ciascuno.
All’alba, la famiglia del barone Averardo si avviò per
il rientro in città. Turi fece sapere che stava poco bene
per cui fu esonerato dall’accompagnare la carovana.
Angela, durante il percorso, non vista, versava lacrime
silenziose.
Qualche mese dopo, durante una cavalcata nei viali
del Parco della Favorita, la baronessina Angela cadde
da cavallo e si trovò le parti intime e le gambe piene di
sangue: era un aborto.
Non tornò più a Mangalavite. Almeno per molti,
lunghi anni. Il motivo è chiaramente intuibile dopo
ciò che lei aveva dichiarato a quel magnifico uomo
che le aveva fatto assaporare i piaceri del sesso.
Nel frattempo, la Corte d’Appello di Messina aveva
emessa la sentenza di condanna del barone chiamandolo
a risarcire il contadino ed al pagamento delle
spese processuali del primo e secondo grado di giudizio.
Don Averardo fece appello e trasferì il contenzioso
in Cassazione. Presagendo, però, l’ulteriore sconfit94
ta giudiziaria, preferì affidare la gestione dei beni
feudali ad un amministratore, il quale corrispondeva
annualmente al barone quanto gli spettava dal raccolto,
tolte le spese. Ma sarebbe più giusto asserire che
gli utili si assottigliavano di anno in anno ed il barone
incamerava, senza battere ciglio, ciò che
l’amministratore riteneva opportuno recapitargli.
La Cassazione ci mise parecchi anni prima di emettere
la sentenza definitiva. Una somma enorme da
corrispondere alla controparte, che il patrizio non aveva.
Per cui venne avviata la procedura di pignoramento
della masseria di Mangalavite con tutto il bosco
ed i terreni coltivati, che fu incamerata tra i beni
demaniali mentre al contadino venne restituita la
quota del suo terreno che comprendeva il vigneto ed il
casolare, nonché, a titolo di risarcimento dei danni
subiti, gli vennero assegnati alcuni ettari di terreno
seminativo. Ebbe così miseramente fine il secolare
feudo di Mangalavite, dall’ultimo imperatore di Bisanzio
conferito, con il titolo baronale, ad un valoroso
generale dell’esercito dell’Impero Romano d’Oriente,
di stanza in Sicilia.
Turi Vinicio continuò a lavorare presso il feudo, ma
da responsabile dell’azienda, fu retrocesso a campiere,
guardiano dei beni divenuti demaniali.
Nelle notti stellate d’agosto, i due ex amanti, negli
anni futuri, incrociavano il loro pensiero mirando la
luminosa Sirio e si univano ancora in un amplesso
virtuale a distanza. Ma era un piacere amaro!
Fu amore vero quello di Angela o una primitiva esplosione
dei sensi nell’incontro con un bell’uomo, dal
fisico perfetto? Che non dimenticò mai, però. Turi,
invece, amò veramente la donna e le rimase fedele.
95
VIII
Quando i marchesi Dell’osso Lanzetti andavano in città,
venivano invitati a pranzo dal barone Della Corte.
A Natale, le due famiglie nobili si scambiarono gli auguri
tramite missive, che precedettero uno scambio di
doni inviati con pacco postale.
Roberto aveva ripreso servizio a Napoli, sede del
suo reggimento; dopo qualche mese, però, presentava
domanda per essere trasferito a Palermo. Che riuscì a
raggiungere dopo sei mesi di attesa. Nel frattempo,
aveva avuto conferiti i galloni di capitano di cavalleria.
Sul finire dell’estate, il Principe Mirto aprì i saloni
del suo palazzo in occasione del ventunesimo compleanno
del figlio Romano. Alla festa notturna furono invitati
quasi tutti gli aristocratici ed i notabili della città.
Ma non solo di Palermo…
Angela rincontrò Roberto, anch’egli invitato assieme
al padre quale appartenente ad una delle più nobili
casate di Sicilia. Il Marchese Pietro, indisposto, non
potè essere presente. L’ufficiale indossava la elegantissima
divisa di gala della cavalleria dell’esercito italiano.
Si salutarono, con un baciamano dell’uomo al quale
la donna rispose con un abbraccio amichevole. Il Ba96
rone Della Corte tratteneva a stento la sua felicità per
quell’incontro improvviso e, tra una tartina ed un bicchiere
di champagne, tra un dolcetto ed un liquore,
chiedeva notizie dello stato di salute dei genitori di
Roberto, degli avvenimenti ultimi a Castellungo; alla
fine, venuto a sapere che era stato destinato di stanza
a Palermo, concluse l’incontro con l’invitare il giovane
a pranzo a casa sua. Roberto accettò.
Angela e Roberto fecero insieme alcuni balli conversando
piacevolmente. A chiusura della serata, il
marchesino chiese alla baronessina se poteva avere
l’onore che lei gli facesse da guida nelle visite ai luoghi
più interessanti della città. Angela glissò la risposta,
che però diede, in maniera affermativa, il giorno
dopo al pranzo, cui Roberto partecipò indossando la
divisa di ordinanza. In mattinata, ebbe la signorile accortezza
di inviare un bouquet di fiori alla Baronessa,
donna Matilde, ed una corbeille di rose rosse ad Angela,
che si accompagnava ad un cofanetto di marron
glacè francesi. Il messaggio era chiaro.
Concordarono di impegnare le giornate, i due giovani,
visitando le opere d’arte della città, frequentando
concerti, facendo qualche escursione nei dintorni.
Roberto manifestò direttamente ad Angela, questa
volta, il suo sentimento dichiarando la sua volontà di
sposarla. La donna cedette le armi.
Per annunziare il fidanzamento di Angela e Roberto,
i baroni Della Corte organizzarono una serata di
un certo tono.
Angela invitò due compagne di collegio, con le quali
aveva mantenuto un legame di amicizia, mentre il padre
volle onorare i fidanzati con il fior fiore dei giovani
aristocratici, che vennero presentati dai rispettivi
97
genitori, invitati direttamente da Don Averardo. Naturalmente,
vennero dal paese i Marchesi Don Pietro e
Donna Maria Giovanna Dellossso Lanzetti.
La festa s’inoltrò sino a notte avanzata, tra danze
nel salone della magnifica abitazione dei Della Corte,
illuminato a giorno, e dolci, il cui ricco buffet era stato
preparato dalla pasticceria Caflish, famosa per i
cannoli e le cassate siciliane. I migliori cabernet siciliani
accompagnarono la serata, che si chiuse con una
coppa di champagne per un brindisi augurale ai futuri
sposi. Angela sfoggiava un décolleté rosa adornato
dall’anello regalatole da Roberto e dalla collana in
perle, donatale dei genitori. Al polso, il bracciale d’oro
dei futuri suoceri, avuto in occasione dei suoi ventun
anni a Castellungo.
Era stato invitato anche il Sindaco, Don Angelo
Cingalio, il quale peraltro si recava sovente a Palermo
per i suoi affari e per qualche pratica del Comune ed
andava ad alloggiare ad Uditore dove lo zio, il Dott.
Luigi Mondio, era il farmacista della contrada. Venne
presentato al Marchese Bafumo, di recente nominato
dal Re Senatore del Regno d’Italia, al quale il Barone
Della Corte fece presente l’esigenza del collegamento
viario di Castellungo alla marina. L’uomo politico ascoltò
attentamente il Sindaco e si riservò di fornire
una risposta al diretto interlocutore.
Il giovane Conte Tancredi Villafranca di Gattamelata
volle ricambiare l’invito del Della Corte dichiarandosi
onorato se i due fidanzati avessero voluto partecipare
ad una battuta di caccia, organizzata da lui
presso il reale Bosco della Ficuzza.
98
IX
A distanza di una settimana, gli ospiti vennero accolti
alla “Casina Reale di caccia” edificata da Ferdinando I
delle Due Sicilie presso il borgo della Ficuzza, dove la
famiglia del Conte Villafranca era proprietaria di una
villetta per trascorrere la villeggiatura; vi soggiornarono
per due giorni, di cui uno dedicato alla caccia e
l’altro a visitare le bellezze naturali della riserva.
Roberto si dimostrò anche un buon cacciatore. Aveva
già insegnato ad Angela, quando si era recato a
Mangalavite, a sparare col fucile da caccia. Procedevano,
pertanto, l’una accanto all’altro; Angela aveva
abbandonato, per l’occasione, la gonna ed indossava
un paio di pantaloni da cavallerizza con gli stivali. I
battitori segnalarono un daino nella boscaglia. I cacciatori
si diedero ad inseguirlo, ma Roberto fu il più
veloce: due cartucce furono sufficienti per buttarlo a
terra. Angela, quale novellina, si diede anch’essa da
fare e riuscì a beccare un coniglio.
La sera facevano bella mostra nel carniere dei due
fidanzati un paio di tordi, una beccaccia, due conigli
selvatici ed accanto ad essi un daino. L’intera cacciagione
fu servita al pranzo del giorno dopo preparato
dalla servitù del Conte Tancredi. Nel pomeriggio, gli
ospiti vennero guidati al Borgo, un laghetto naturale
in una conca, alla quale si accedeva attraverso un ca99
nalone ricco di muschi e licheni e vi poterono ammirare
la tartaruga palustre. Attorno, il magnifico bosco
della sughera. Un altro sito particolare visitato fu
quello dove videro il Pulpito del Re, un trono scolpito
sulla roccia sul quale il re Ferdinando IV di Borbone
stava seduto in attesa di abbattere la preda che i battitori
spingevano verso di lui. Angela, nei due giorni,
cavalcò con disinvoltura ed eleganza accanto al suo
fidanzato, felice, almeno in apparenza, di stare assieme
a lui.
Sul far dell’imbrunire i due giovani decisero di fare
una passeggiata. Roberto tirò dalla tasca un piccolo
cofanetto e lo porse ad Angela: un gioiello di famiglia,
un anello con un brillante di grande valore. Immensa
fu la gioia della donna, che volle ricambiare il dono
buttandosi al collo del fidanzato. Ma non si baciarono.
Riuscirono a superare l’imbarazzo reciproco continuando
a passeggiare lungo i sentieri del boschetto
mentre Roberto raccontava episodi della sua, pur breve,
vita militare. Angela era affascinata dai racconti e,
nel guardare in viso il suo fidanzato, inciampò in una
pietra e cadde per terra. Venne subito soccorsa ed aiutata
ad alzarsi dopo che ebbero ad accertarsi che non
c’era stato alcun danno fisico.
Si trovarono di nuovo abbracciati. Ancora una volta
i loro corpi conobbero la vibrazione ed il tremore del
primo amplesso. , le disse l’uomo. ,
rispose Angela mentre i battiti del cuore avevano superato
la normale soglia e sembrava che quell’organo
vitale volesse uscire dal petto. Erano i loro corpi in
tempesta, mentre il pensiero della donna era rivolto a
chilometri di distanza.
Roberto baciò Angela, per la prima volta. Il sangue
giovanile affluì con maggiore intensità al cervello del100
la coppia. Accanto al piacere delle labbra che si scambiavano
gli umori profumati dei loro corpi,
dell’intrecciarsi delle carezze i due giovani sentivano i
loro corpi sciogliersi dolcemente verso un desiderio
fisico, che li eccitava ancora di più. Sensazioni già
provate da parte di Angela. L’abbaiare continuo di Nerone,
che aveva puntato uno scoiattolo, li riportò sulla
terra. Sedata la piena dello scorrere del sangue, ripresero
la strada per il ritorno. Ma ci provarono altre volte
nei giorni successivi. Avevano, però, l’innata forza
di bloccare i freni inibitori quando il pericolo
di…allarme per la soglia varcata emetteva
l’impercettibile …suono. Godevano di una certa libertà
nel muoversi da soli perché appartenevano ad un
ceto sociale acculturato e più evoluto; gli altri fidanzati
delle classi medio – basse avevano il permesso di
stare l’uno accanto all’altra quando s’incontravano
nella casa dei rispettivi genitori. Per costoro, i baci, le
effusioni, l’avvilupparsi dei corpi erano piaceri da rinviare
alla loro prima notte di nozze. Così andavano le
cose a quei tempi, ed era iniziato da due decenni inoltrati
il ventesimo secolo.
Angela non rivelò mai a Roberto il rapporto passionale
avuto con Turi. Anzi, per non scoprirsi, si sottopose
ad un intervento per farsi ricucire l’imene.
Il giorno appresso, la ferrovia, costruita dai Borbone,
ricondusse in città l’allegra comitiva di aristocratici
cacciatori.
101
X
Al teatro Massimo si dava, in prima palermitana,
l’Aida. Il Barone Averardo prenotò un palco per la famiglia.
Si racconta una leggenda su questo monumento
della lirica, che fu edificato dopo avere abbattuto le
Chiese delle Stimmate e quella di San Giuliano con
l’annesso convento femminile. Si narra, infatti, che
una suora detta “la monachella” si aggiri ancora per le
sale del teatro e che chi non crede alla leggenda, entrando
a teatro, inciampi in un particolare gradino,
detto appunto “gradino della suora”. Quella sera Roberto
inciampò nello scalino. Angela, essendo la sua
prima partecipazione ad una rappresentazione musicale
di quel livello, rimase entusiasta della bellissima
opera di Verdi sia dal punto di vista scenografico che
musicale.
Prima di assistere allo spettacolo, Angela e Roberto
ebbero modo di ammirare il tempio palermitano della
lirica, il più grande in Italia, un maestoso edificio in
stile neoclassico. Sul frontone della facciata avevano
letto il motto “L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita.
Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”.
Attraverso la monumentale scalinata, ai lati
della quale sono due leoni bronzei con le allegorie della
Tragedia e della Lirica, s’inoltrarono all’interno ove,
tra l’altro, ammirarono il palco reale, i dipinti e le
magnifiche composizioni dei palchi e degli arredi.
102
Vennero colpiti, infine, dalla immensa sala,
dall’acustica perfetta, con le sue cinque fila di palchi
più il loggione. Le cronache dell’epoca, in occasione
della sua inaugurazione, riportarono i commenti invidiosi
di molti, tra cui la gaffe del Re Umberto, che ebbe
a dichiarare: “Palermo aveva forse bisogno di un
teatro così grande?”.
Alla fine della rappresentazione, nella piazza antistante
il monumento, Roberto scorse il fratello del
Sindaco di Castellungo, Don Gaetano Cingalio, il quale
aveva partecipato allo spettacolo assieme alla moglie
Caterina ed allo zio – suocero, il farmacista di Uditore.
Dopo le reciproche presentazioni, il Barone
Averardo volle invitare i concittadini del genero in un
noto ristorante per concludere insieme la serata con
un tono di letizia.
Angela e Roberto, nel corso della conversazione,
dissero che era loro intenzione celebrare le nozze
prima dell’estate del prossimo anno e che avrebbero
trascorso la loro esistenza tra Palermo, Castellungo e
Roccalunga, laddove il Marchese Don Pietro aveva un
villa che avrebbe donato ai novelli sposi.
Sindaco Don Angelo?>, chiese il Barone. ,
rispose il fratello,
all’incontro con il Capo del Governo, S.E. Benito
Mussolini, presentato, come Lei sa di già, dal Senatore
Bafumo>.

sua bella consorte, al qui presente farmacista ed a suo
fratello Angelo, di essere presenti al matrimonio di questi
due ragazzi>, disse Don Averardo anticipando
l’invito.
rispose Don Gaetano.
103
, chiese
Angela a Donna Caterina. La quale, di rimando:
la maestra, insegno ai bambini della scuola elementare>

la moglie e la padrona di casa> soggiunse Angela

ed, oltre a farci compagnia reciproca, potrà insegnarmi
tante cose>
, ribattè
Caterina.
,
chiese Don Averardo.

la farmacia>, rispose Don Luigi.
continuò il Barone.

cui città la mia famiglia proviene> di rimando il farmacista.
chiese Angela

Normanni venuti in Sicilia, sostò per parecchi anni in
quella città, laddove ricoperse incarichi politici di rilievo.
Così pure i suoi primi discendenti. Nel corso dei secoli,
altri si sparsero in diversi centri della Sicilia. I miei
bisnonni ebbero i natali a Sammarco, laddove la mia
famiglia possiede parecchi terreni. Per la mia professione,
ho scelto di venire a vivere a Palermo>, raccontò il
Mondio.

lei è zio e suocero di Don Gaetano e, quindi, zio anche
di Don Angelo?>

spiegò Don Luigi.
104
, proseguì il farmacista, nel ringraziare
Don Averardo e prendere congedo dalla sua famiglia,

mia professione, non mi risparmi; venire a trovarmi ad
Uditore, sarà una passeggiata distensiva e farà bene ai
polmoni perché si attraversa oltretutto una strada che
scorre tra il verde dei giardini di agrumi> Indi, rivolto
al Marchese Roberto:
una cavalcata, tra l’odore della zagara, farebbe bene; oltretutto,
la baronessina Angela vuole diventare amica di
Caterina. Quale migliore occasione per iniziare adesso
dal momento in cui mia figlia s’intratterrà con me per
tutto il periodo natalizio essendo in vacanza dalla scuola?>
,
s’impegnò Roberto.
Il farmacista, Don Luigi Mondio, era un bell’uomo,
di pelo biondo e con gli occhi azzurri. Il suo volto era
adornato da una fluente barba, che curava ogni mattina.
Insomma, un degno discendente dai normanni;
tant’è che, ad Uditore, lo chiamavano l’”inglese”. Portava
un cappello nero a larghe falde, che completava
un vestito e gilèt prevalentemente in nero, e, quando,
con la sua statura possente stazionava dinnanzi alla
farmacia, in attesa di pazienti – avventori, sembrava
una statua a guardia dell’ingresso. Ma era affabile con
tutti e brillante nella conversazione; per questo era
amato ma anche rispettato pur essendo un “forestiero”
in una contrada laddove giravano indisturbati parecchi
mafiosi.
Di tanto in tanto, il farmacista partecipava a qualche
battuta di caccia. Indossava, quindi,
l’abbigliamento adatto con tanto di fucile e cartucciera,
ma non sparò mai una cartuccia. Amava gli anima105
li e non sopportava che uccelli o lepri venissero abbattuti
per il piacere di … gente senza cuore, come definiva
i cacciatori. Egli partecipava a quegli inviti
dell’arte venatoria perché, per lo più, provenivano dai
nobili locali e si svolgevano nelle loro tenute. Avendo
origini dall’entroterra messinese, voleva mantenere i
buoni rapporti con quegli eminenti rappresentanti
della buona società palermitana.
Aveva sposato la sorella del parroco di Uditore per
cui aveva fatto amicizia con alcuni prelati della Curia;
tramite loro era riuscito ad avere uno spazio presso il
cimitero privato di Santo Spirito, che allora era riservato
alle classi sociali elevate, e, non molto distante
dalla storica chiesa dei Vespri, aveva costruito, assieme
al cognato – sacerdote, una sua sepoltura gentilizia.
Dove, poi, venne sepolto.
106
XI
Quando Roberto era libero dal servizio, andava in giro
per la città accompagnato da Angela.
Passeggiando per il centro storico, appresero che la
piazza dei Quattro Canti, chiamata anche Teatro del
Sole, prendeva il nome dagli angoli smussati dei quattro
palazzi barocchi che vi si affacciano e dalle quattro
statue che raffigurano le stagioni. Visitarono il Palazzo
dei Normanni, una antica fortezza araba che i
Normanni trasformarono in dimora reale e l’annessa
cappella Palatina decorata da stupendi mosaici e, tra
le altre bellezze della città, ebbero modo di ammirare
il Convento dei Cappuccini e il Museo Archeologico.
Ma, guida alla mano, Palermo non finiva mai di
stupire per la quantità e la qualità dei gioielli che vi
erano. I siti d’arte, i palazzi storici, le ville, i castelli i
monumenti erano talmente numerosi che i due fidanzati
decisero di programmare, una volta sposati, di
dedicare qualche giorno a settimana alla loro visita.
Ma, per intanto, vollero ammirare le meraviglie del
duomo di Monreale, della chiesa della Marturana, che
scelsero quale tempio per celebrare il loro matrimonio,
e della Cattedrale.
Dovettero interrompere, però, le loro passeggiate
artistiche poiché Roberto venne raggiunto da un telegramma
con il quale il padre lo invitava a rientrare a
107
Castellungo in quanto i contadini avevano occupato le
terre giustificandone la presunzione di vantato diritto
derivante dal fatto che, alcuni secoli prima, il Barone,
Feudatario di Castellungo, aveva concesso ai loro antenati
la possibilità di raccogliere legna e funghi nelle
terre baronali. Essi, pertanto, dicevano ai loro figli:
“figghiuzzu miu, chista è terra di to nunnavo” (questa
è terra del tuo bisnonno).
Assieme al marchesino, partirono per il paese Angela
e suo padre perché anche alcune terre del feudo di
Mangalavite era state invase da contadini.
I due nobili, proprietari dei terreni, cercarono di
dissuadere bonariamente gli occupanti ad uscire dai
loro possedimenti spiegando che nessun diritto di
proprietà potevano vantare in quanto essa si realizzava
attraverso un regolare atto di compra – vendita. In
assenza, si materializzava un vero reato penale di occupazione
abusiva perseguibile per legge. Ma, i contadini
non vollero recedere dal fatto compiuto. Venne
presentata, pertanto, denuncia alla stazione dei Carabinieri,
i quali furono costretti ad intervenire. Diedero
manforte, nel fare sloggiare dai campi i contadini, i
campieri ed i guardiacaccia dei due aristocratici.
Ma il fermento continuò a serpeggiare tra quella
gente. Sin tanto che ebbe a sfociare in una cruenta
rissa, in piazza, tra gli uomini del Marchese e del Barone,
affiancati da alcuni fascisti, contro gli aspiranti
proprietari abusivi. Se le diedero di santa ragione ed
alcuni dovettero ricorrere alle cure del medico condotto
per le ferite riportate. Ovviamente, l’intervento
dei carabinieri portò alla detenzione dei più facinorosi
ed alla ulteriore denunzia alla Autorità Giudiziaria. I
congiunti dei detenuti, però, maledissero pesantemente
le famiglie del Marchese Dell’osso e del Barone Del108
la Corte. Nel tempo, queste maledizioni colpirono duramente
i membri delle due casate nobili
Sedate, almeno apparentemente, le acque, il Barone
e la figlia rientrarono a Palermo. Li raggiunse, subito
dopo, Roberto, il quale, per tenere sotto controllo la
situazione, considerata l’età avanzata del suo genitore,
era costretto ad affrontare viaggi di andata e ritorno
tra Castellungo e Palermo sottoponendosi ai disagi del
collegamento tra i due centri. Castellungo, infatti, era
raggiungibile dalla stazione ferroviaria, alla marina,
attraverso un’antica regia trazzera tra le montagne.
Frattanto, il Sindaco Cingalio era tornato
dall’incontro con il Presidente del Consiglio, Mussolini,
con la promessa di finanziamento del tracciato viario
tra la pianura e la montagna. L’impegno fu mantenuto,
ma dovettero passare diversi anni prima che
venisse realizzata l’arteria ed Angelo Cingalio non ebbe
la gioia di vederla completata perché fu colpito da
un terribile male che lo condusse anzitempo alla tomba.
Ma poté chiudere serenamente la sua gestione del
Comune in quanto ebbe la gioia di potere realizzare
diverse opere, per quei tempi di difficile finanziamento.
Grazie all’aiuto disinteressato del Senatore Bafumo.
Che, invero, il Sindaco e lo stesso Barone Della
Corte ricambiavano con regali: entrambi, con prodotti
delle loro proprietà, ma anche con il sostegno politico,
da parte del Barone e del farmacista di Uditore, al
partito del Marchese Bafumo, il P.N.F.
109
XII
A giugno, la famiglia Dellosso Lanzetti era alloggiata
in un noto albergo di Palermo per il matrimonio dei
due promessi sposi.
Alla data fissata, le campane della Chiesa della Marturana
accolsero i due nobili sposi ed i loro invitati,
parecchi dei quali provenienti anche dalla provincia
di Messina. In gran parte aristocratici palermitani, ma
anche professionisti e proprietari terrieri di censo elevato,
amici di entrambe le famiglie aristocratiche che
univano i destini dei loro figlioli.
Il Duomo era elevato alla dignità di Concattedrale
dell’Eparchia di Piana degli Albanesi, diocesi di rito
bizantino greco della chiesa cattolica italo – greca in
Sicilia.
Una chiesa splendida per la ricchezza delle sue decorazioni.
Bellissime, in special modo, la cupola, ove è
raffigurato il Cristo Pantocratore, e la parte superiore
delle pareti che sono interamente rivestite di decorazioni
musive di periodo bizantino, ove è possibile vedere,
tra l’altro, le raffigurazioni dei quattro Arcangeli,
dei patriarchi e degli apostoli.
Una specifica curiosità culturale è fornita dalla rinomata
frutta martorana, il cui nome venne inventato
in occasione della visita a Palermo del re Carlo V, nel
1537. A luglio gli aranci non hanno più frutti; poiché
110
il re doveva recarsi in visita al Convento, fondato da
Eloisa Martorana, le monache pensarono di appendere
ai rami di aranci del loro giardino dei dolci di pasta
di mandorle, cui diedero la forma ed il colore delle
arance. Nacque così la “frutta martorana”.
Angela indossava un abito da sposa lungo, in organza,
bianco e con il velo, sorretto dalle damigelle,
che le dava un tocco di romanticismo. Roberto, invece,
indossava la divisa da gran gala.
La Marcia Nuziale di Mendellsohn accolse
l’ingresso degli sposi, cui seguirono altri sottofondi
musicali nei vari momenti della cerimonia, con l’Ave
Maria di Schubert alla Comunione ed, all’uscita degli
Sposi, la consueta Marcia Nuziale diWagner. Un momento
suggestivo fu quello dell’invocazione dello Spirito
Santo sugli sposi, sotto il velo bianco sorretto dai
testimoni, affinché li riparasse dagli spiriti maligni invidiosi.
Gli sposi, all’uscita dalla chiesa, mentre scivolavano
sotto l’arco di sciabole dei camerati di Roberto, furono
inondati da manciate di riso e di petali di bianche
margherite; su un landò scoperto, trainato da quattro
cavalli bianchi, attraversarono la città e si fermarono,
tra l’altro, alla Palazzina Cinese per alcune fotografie.
A cena, incontrarono gli ospiti al lussuoso ristorante
di Villa Igea.
Dopo il viaggio di nozze in giro per i luoghi più
suggestivi d’Italia – Napoli, Roma, Firenze, Venezia ed
una puntata a Vienna – , rientrarono a Palermo per un
soggiorno di 15 giorni continuando a visitare le bellezze
artistiche della città e frequentando gli amici.
Poi, partirono per la loro residenza estiva, Roccalunga,
ove il marchese aveva avuto in dotazione dal padre
111
una villa (un antico palazzo nobiliare della famiglia)
al centro di una vasta estensione di terreni.
La loro vita si svolgeva tra le loro proprietà ed abitazioni
sui Nebrodi, ma per lo più a Palermo, dove
Roberto prestava il suo servizio di militare di carriera.
I giorni si snodavano frequentando la bella società, le
feste, i concerti, le mostre di pittura e gli avvenimenti
mondani ai quali erano invitati dalle autorità cittadine
e dai nobili. Non ebbero figli, malgrado avessero tentato
attraverso anche l’intervento medico di specialisti,
ginecologi di Palermo e di Milano.
112
XIII
In quegli anni, ad uno ad uno, i genitori di entrambe
le famiglie raggiunsero i loro antenati nel limbo e dintorni.
Erano divenuti più ricchi, ma gli impegni erano
aumentati per curare e gestire le loro proprietà.
Scoppiata la seconda guerra mondiale, Roberto, col
grado di colonnello, venne inviato prima al fronte e
poi in Russia con l’Armata del Generale Francesco
Cingalio, suo concittadino. Ma vi lasciò le penne durante
il ritiro delle truppe tra le tormente di neve, dovendo
marciare ad una temperatura rigida di meno 10
gradi, alla quale il suo fisico, come quello di tutti i
meridionali, non era abituato. Angela rimase vedova a
45 anni, ed era ancora una avvenente donna. Ma sola.
Alcuni giorni dopo un uomo bussò alla porta della
sua villa di Roccalunga: era alto con il fisico asciutto
ma muscoloso, il suo sguardo colpiva ancora malgrado
i 50 anni da poco superati. Indossava un completo
da cavaliere in velluto nero con i consueti stivali e la
coppola sulle ventitrè. Era Turi Vinicio.
Aveva saputo della disgrazia ed era venuto a porgere
le condoglianze alla sua Angiuluzza.. Grande fu la
sorpresa di Angela, ma, dopo averla superata, si buttò
tra le sue braccia; nessuna lacrima sgorgò dai suoi
meravigliosi occhi. Turi la strinse forte a se in silen113
zio: sentiva di amare ancora quella donna. Ed erano
trascorsi circa venticinque anni.
<> (sono qui per
non lasciarti più), le sussurrò quell’uomo.
sospirò Angela, e
lo strinse ancor più forte a se.
Qualche anno dopo, le truppe alleate sbarcarono in
Sicilia per dare inizio alla liberazione dell’Italia. I soldati
tedeschi e quelli italiani, cacciati, andavano ritirandosi;
giunsero a Roccalunga, laddove il Generale
di Corpo d’Armata, Francesco Cingalio, aveva insediato
il suo quartiere generale. Durante una perlustrazione
da parte di una ronda tedesca, alcuni soldati
penetrarono nella villa di Angela uccidendo con il mitra
i cani che si erano avventati contro e con brutale
arroganza vollero entrare in casa col pretesto di frugare
tra le cose alla ricerca di un eventuale documento
che incriminasse la donna quale spia degli americani
essendo note le sue idee socialiste. Non trovarono
alcunché. Ma volendo sfogare il loro livore e la loro
datata sete sessuale, colpirono con uno schiaffo la
malcapitata e la spinsero su un divano con l’intento di
violentarla.
Turi, alla vista dei tedeschi, si era nascosto nell’abbaino,
da cui, attraverso uno spioncino, seguiva la
scena. A quel punto, uscì fuori con una rivoltella in
mano intimando le mani in alto ai soldati. Uno di
questi tentò di sparargli, ma Turi fu più svelto e lo fece
secco. Gli altri tentarono di reagire, ma furono abbattuti
dai proiettili dell’uomo di Mangalavite.
Gli spari vennero uditi dai tedeschi rimasti nella
strada, i quali, ovviamente, si precipitarono nell’abitazione.
Intimarono a Turi e ad Angela di arrendersi, e
114
vennero arrestati per essere passati con le armi. I due,
in quanto italiani, chiesero di essere consegnati ai
soldati del loro Paese. L’episodio, peraltro, era arrivato
alle orecchie del Generale Cingalio, il quale immediatamente
ordinò al Colonnello tedesco di consegnargli
i”colpevoli” per affidarli alla Giustizia Italiana.
Quando costoro furono in presenza del Generale,
quest’ultimo li riconobbe come suoi concittadini dopo
che si furono presentati, ma, dovendo in qualche modo
rendere conto agli alleati tedeschi, ordinò che venissero
arrestati e tradotti in cella. Gli avvenimenti,
però, precipitarono e gli alleati italo-germanici dovettero
abbandonare precipitosamente il territorio. Una
mano “anonima” aprì la porta della cella ed i due
“prigionieri” ebbero la strada della fuga libera.
Turi ed Angela, attraverso sentieri nascosti alla vista
di strade frequentate, raggiunsero i boschi a loro noti,
quelli di Mangalavite, e vi sostarono, alloggiando in
un capanno, sino alla fine della guerra.
Angela non tornò più a Palermo, ma rimase per i
restanti suoi anni nella casa di Roccalunga. Non più
sola! "


IL LIBRO SI PUO' ACQUISTARE PRESSO L'EDITORE : http://www.booksprintedizioni.it/libro/Racconto/quando-il-destino-bara

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