19 ottobre, 2014

Quale Autonomia vogliamo?

di Riccardo Gueci


Sul nostro giornale si è sviluppato un intenso dibattito autonomistico, che si è intrecciato con l'altro dibattito contrassegnato dal sicilianismo.  Le due dispute hanno avuto al centro la Sicilia, la sua storia remota e  quella più recente che, se hanno avuto un significato  di carattere culturale, hanno espresso ben poco come indicazioni per il futuro.
Non entreremo nel merito di tale discussione pubblica, ma da essa vogliamo trarre un monito: perché si studia la storia? La ragione di fondo è che la civiltà si serve della storia e dei suoi insegnamenti onde evitare di commettere gli stessi errori che nel passato hanno provocati grandi tragedie umane. La storia, quale accumulazione delle esperienze serve a migliorare il divenire dell'umanità! O no?
Il dibattito cui abbiamo assistito è stato fondamentalmente rivolto a rivisitare  gli avvenimenti accaduti due secoli addietro. Nessuna indicazione è venuta su come la Sicilia ed i siciliani devono guardare al futuro e quali comportamenti assumere per conseguire questo diverso futuro. Noi qui vogliamo portare una provocazione dichiarata per stanare i sicilianisti dalle posizioni rivendicazioniste ed impegnarli in una discussione futuribile che abbia al centro la rivendicazione della dignità che è il presupposto affinché un aggregato casuale di umanità possa definirsi popolo.
La prima questione che desideriamo mettere in evidenza è l'ascarismo, che è la cifra dei comportamenti storici  delle classi  dirigenti, ma che, purtroppo, ormai ha compenetrato i comportamenti di massa. Se volessimo fare un elenco 'storico' delle opzioni ascare delle classi dirigenti isolane non finiremmo più. Ci limitiamo a ricordare la lapidaria definizione che Giuseppe Tomasi di Lampedusa mette in bocca al Gattopardo: “Bisogna che tutto cambi se vogliamo che nulla cambi”, che è una formulazione da gran signori del detto popolare “calati juncu ca passa la china”.
Per venire ai nostri giorni vogliamo ricordare una particolare clausola contenuta e ripetuta nella legislazione siciliana, assunta in piena autonomia dalle varie  e consecutive legislature dell'Assemblea regionale siciliana, non imposta da alcuno né in particolare dallo Stato nazionale che vuole soffocare la specialità del nostro Statuto. Clausola che fa dire all'assessore per caso, Andrea Vecchio, che lui la delegazione del Creda – il comitato delle imprese appaltatrici – perché non ne riconosce la validità. E c'è da crederci perché la legislazione regionale in varie occasioni ha ribadito che le uniche organizzazioni di imprese riconosciute sono quelle appartenenti alle “organizzazioni nazionali più rappresentative, firmatarie di contratti collettivi nazionali di lavoro”. Lo stesso discorso vale per il Movimento dei Forconi. Iniziativa spontanea che aveva suscitato tante attese di mobilitazione popolare libera dalle catene del clientelismo, che poi ha vanificato tali attese presentando i propri candidati alle elezioni, dimostrando così che quelle mobilitazioni erano funzionali ad obiettivi elettorali e le cui rivendicazioni erano pretestuose.
Per tornare alle clausole legislative che l'Ars ha ripetutamente votato dimostrando in tal modo che l'ascarismo è sempre presente in ogni epoca ed in ogni circostanza. Infatti, questa clausola ripetuta in più leggi è stata voluta dalle rappresentanze siciliane  delle organizzazioni nazionale di Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato, Movimento cooperativo, Cia, Cna, dai sindacati e da chiunque in qualche modo e parte territoriale delle organizzazioni che partecipano al Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, Cnel. Queste circostanze sono quelle che determinano l'assedio delle nostre città da parte dei grandi centri commerciali e le grandi griffe la cui conseguenza è la fine delle piccole imprese commerciali  ed imprenditoriali in genere. Ne consegue il depauperamento delle potenzialità imprenditoriali indigene perché sopraffatte dalla potenza economica ed organizzativa di tali interventi.
La discussione sull'argomento  potrebbe toni forti e duraturi nel tempo, esempio Sicilacque. Ci limitiamo a questa segnalazione perché vorremmo che i sicilianisti su questa materia, che solo esemplificativamente abbiamo qui riportato, dicessero la loro sollevando magari la questione dell'abolizione da parte della nuova eleggenda  Assemblea regionale siciliana delle clausole appena ricordate con una norma di due righe: “la dizione 'le organizzazioni nazionali più  rappresentati e firmatarie di contratti collettivi nazionali di lavoro” è abrogata da tutte le leggi precedenti” e qui l'elenco delle leggi che quella clausola contengono. Se son rose fioriranno.


da LinkSicilia

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