di Riccardo Gueci
Sul nostro giornale si è
sviluppato un intenso dibattito autonomistico, che si è intrecciato con l'altro
dibattito contrassegnato dal sicilianismo.
Le due dispute hanno avuto al centro la Sicilia, la sua storia remota
e quella più recente che, se hanno avuto
un significato di carattere culturale,
hanno espresso ben poco come indicazioni per il futuro.
Non entreremo nel merito di tale
discussione pubblica, ma da essa vogliamo trarre un monito: perché si studia la
storia? La ragione di fondo è che la civiltà si serve della storia e dei suoi
insegnamenti onde evitare di commettere gli stessi errori che nel passato hanno
provocati grandi tragedie umane. La storia, quale accumulazione delle
esperienze serve a migliorare il divenire dell'umanità! O no?
Il dibattito cui abbiamo
assistito è stato fondamentalmente rivolto a rivisitare gli avvenimenti accaduti due secoli addietro.
Nessuna indicazione è venuta su come la Sicilia ed i siciliani devono guardare
al futuro e quali comportamenti assumere per conseguire questo diverso futuro.
Noi qui vogliamo portare una provocazione dichiarata per stanare i sicilianisti
dalle posizioni rivendicazioniste ed impegnarli in una discussione futuribile
che abbia al centro la rivendicazione della dignità che è il presupposto
affinché un aggregato casuale di umanità possa definirsi popolo.
La prima questione che
desideriamo mettere in evidenza è l'ascarismo, che è la cifra dei comportamenti
storici delle classi dirigenti, ma che, purtroppo, ormai ha
compenetrato i comportamenti di massa. Se volessimo fare un elenco 'storico'
delle opzioni ascare delle classi dirigenti isolane non finiremmo più. Ci
limitiamo a ricordare la lapidaria definizione che Giuseppe Tomasi di Lampedusa
mette in bocca al Gattopardo: “Bisogna che tutto cambi se vogliamo che nulla
cambi”, che è una formulazione da gran signori del detto popolare “calati juncu
ca passa la china”.
Per venire ai nostri giorni
vogliamo ricordare una particolare clausola contenuta e ripetuta nella
legislazione siciliana, assunta in piena autonomia dalle varie e consecutive legislature dell'Assemblea
regionale siciliana, non imposta da alcuno né in particolare dallo Stato
nazionale che vuole soffocare la specialità del nostro Statuto. Clausola che fa
dire all'assessore per caso, Andrea Vecchio, che lui la delegazione del Creda –
il comitato delle imprese appaltatrici – perché non ne riconosce la validità. E
c'è da crederci perché la legislazione regionale in varie occasioni ha ribadito
che le uniche organizzazioni di imprese riconosciute sono quelle appartenenti
alle “organizzazioni nazionali più rappresentative, firmatarie di contratti
collettivi nazionali di lavoro”. Lo stesso discorso vale per il Movimento dei
Forconi. Iniziativa spontanea che aveva suscitato tante attese di mobilitazione
popolare libera dalle catene del clientelismo, che poi ha vanificato tali
attese presentando i propri candidati alle elezioni, dimostrando così che
quelle mobilitazioni erano funzionali ad obiettivi elettorali e le cui
rivendicazioni erano pretestuose.
Per tornare alle clausole
legislative che l'Ars ha ripetutamente votato dimostrando in tal modo che
l'ascarismo è sempre presente in ogni epoca ed in ogni circostanza. Infatti,
questa clausola ripetuta in più leggi è stata voluta dalle rappresentanze
siciliane delle organizzazioni nazionale
di Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato, Movimento cooperativo, Cia,
Cna, dai sindacati e da chiunque in qualche modo e parte territoriale delle
organizzazioni che partecipano al Consiglio nazionale dell'economia e del
lavoro, Cnel. Queste circostanze sono quelle che determinano l'assedio delle
nostre città da parte dei grandi centri commerciali e le grandi griffe la cui
conseguenza è la fine delle piccole imprese commerciali ed imprenditoriali in genere. Ne consegue il
depauperamento delle potenzialità imprenditoriali indigene perché sopraffatte
dalla potenza economica ed organizzativa di tali interventi.
La discussione
sull'argomento potrebbe toni forti e duraturi
nel tempo, esempio Sicilacque. Ci limitiamo a questa segnalazione perché
vorremmo che i sicilianisti su questa materia, che solo esemplificativamente
abbiamo qui riportato, dicessero la loro sollevando magari la questione
dell'abolizione da parte della nuova eleggenda
Assemblea regionale siciliana delle clausole appena ricordate con una
norma di due righe: “la dizione 'le organizzazioni nazionali più rappresentati e firmatarie di contratti
collettivi nazionali di lavoro” è abrogata da tutte le leggi precedenti” e qui
l'elenco delle leggi che quella clausola contengono. Se son rose fioriranno.
da LinkSicilia
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