FLORILEGIO
DI SCRITTI
di
GAETANO ZINGALES
Sul
tavolato delle Rocche carsiche, muti coreuti di una storia lontana,
l’aquila solitaria volteggia, tra l’eco armoniosa di antiche
leggende, quale étoile su una mitica scena. Dalle falde rocciose si
dipartono verdi declivi che degradano verso sorgenti montane dove un
tempo i fanciulli immergevano l’arsura dei loro corpi. Sul pianoro
sottostante un vecchio maniero vigila su tetti vermigli.
Era
il secolo delle guerre. Ascendevano verso il cielo
faville di fuochi scoppiettanti nel freddo dicembre e tavole
imbandite nei quartieri brindavano al dio Bacco accompagnate dai
canti di Natale e dalle notturne cennamelle. Palle di neve
rotolavano, spinte dalla spensierata gioventù, lungo la “ciacata”
medievale per fermarsi nella piccola piazza con un buffo cappello sul
volto imbiancato.
In
primavera il Cristo risorto, nel silenzio assorto della folla,
incontrava sua Madre per dare la stura alle campane, legate nei
giorni di Passione, con festanti note. L’eco di quel suono si
spargeva nel cielo non più cupo sino alle lontane contrade e nel
cuore della gente.
Nelle
notti d’agosto, tra danze sul terrazzo stellato, la più bella
veniva incoronata con un finto diadema scaturito dalla messe di
“lustrini” donati; nelle strade buie, cantori d’una
improvvisata orchestrina deponevano note d’amore sui balconi
dell’amata ma, talvolta, un vaso di fiori precipitava sul capo del
malcapitato spasimante inviso alla sua bella.
Un
Don Luigi, attraversando i sentieri della contrada, nel romantico
settembre, chiamava le donne a raccogliere le nocciole, che
accorrevano pur se per una ridotta paga, che a quei tempi era la metà
di quella degli uomini (sic!). C’era tanta povertà ed il poco era
accettato pur di sfamare i propri figli. Tra i filari, confidandosi
le proprie angustie, le femmine riempivano i cesti ed una fumante
minestra, in cui s’inzuppava il pane nero, a mezzodì, rinfrancava
il corpo esausto appollaiatosi, per defaticanti ore, sui frutti
sparsi sul terreno già mondato dalle erbacce; a sera, tra un canto,
un lazzo ed una gassosa, si continuava per “spatellare” la verde
nocciola dalla sua “galla”.
Nel
vigneto, poi, quando era pronta l’uva matura per essere colta, i
giovani raccoglitori intrecciavano amori improvvisi, che continuavano
alla luce di un falò dinanzi al casalingo “trappitu”: uno
sguardo, una carezza, un bicchiere di mosto appena nato sancivano il
dolce sentimento.
Sul
finire dell’anno, quando calavano le nuvole, fitta nebbia saliva
dalla frescura della valle e penetrava tra i muri del borgo, pronto
all’incipiente rigidità della fredda stagione. Lancinanti
s’alzavano le urla del grasso suino, vittima sacrificale per mense
imbandite.
Rammento
i garruli giochi tra gli stretti vicoli sotto lo sguardo vigile degli
anziani nonni, i cento tocchi del vecchio orologio, le spighe odorose
sull’aia, il profumo dell’erba appena nata, il cammino
dell’asinello verso “u locu” di chi doveva portare il pane
quotidiano sul desco serale, il mattutino scampanio di capre che con
le mammelle turgide distribuivano il latte alle massaie ancora
assonnate, il conversare delle donne assise sul “bisolu” sono
immagini di un tempo che s’era fermato sul vecchio castello difeso
da antiche case, adagiate sull’acrocoro roccioso, che s’innalza
dal rio che lento scorre verso la selvaggia “Stretta”.
Questo
era il mio paese, in un tempo lontano, alle falde di “dolomitiche
alpi” da cui lo sguardo muove nell’ineguagliabile bellezza della
natura che incontra boschi e selvagge gole fluviali. Pennellature
sulla tela della mente, che vola ai penati che lì dormono il riposo
eterno.
Questo
è il mio paese, mutato in parte nella diversità dello scorrere del
tempo, ma archivio di storia, alla cui forte gente è affidato il
futuro. Longi è il suo nome.
Amarcord
‘50
Sulle
ali della regina dei cieli che dimora nelle Rocche s'adagia il mio
pensiero e scende per immergersi nelle acque del Mylè.
Tornano
alla memoria gorghi d'acqua che vien giù
dalla vetta di Mangalavite ove fanciulli
immergevamo i nostri corpi fuggendo dalla calura estiva
e dal controllo della madre.
Antichi
mulini ad acqua restituivano farina e
crusca dai chicchi di “roba forte” per il salutare pane nero e per la
“canigghia” del pollaio di casa.
Stretto
era il sentiero che dal borgo scendeva e
oltrepassando il rio s'inerpicava
per giungere al campo sportivo degli amici
galatesi portando il vessillo di Longi.Riportammo
il due a uno della vittoria e fuggimmo tra i
sassi lanciati da sopra la “Santuzza” perchè per la prima volta noi calciatori longesi in
erba vincemmo l'incontro.
Giorni
di un dopoguerra povero in cui
riempivamo la nostra gioventù mettendo in piedi
una velleitaria rappresentazione teatrale nel magazzino dei mie nonni: una recita a soggetto senza pretese e con
dialoghi improvvisati che ci consentiva con le dieci
lire raccolte di organizzare una stigghiolata
notturna.
Il
primo amore di sguardi reciproci a
distanza con corteggiamenti
sotto il balcone della “Giulietta”
vide il primo bacio
dal sapore adolescenziale puro come le acque
sorgenti nell'autunnale silenzio vespertino
del “Ponte” solitario.
Venne
l'esodo in cerca di pane e son trascorsi
ottanta anni lunari da quando mia madre mi
depose su questa vetusta terra dei miei
avi ma le immagini dell'antica lastra
appaiono ancor nitide cavalcando gli adolescenziali
ricordi.
LA
TUA TERRA
Torna
alla tua terra
dove odi il canto del gallo
che entra tra le fessure della finestra
assieme alla frescura dell'alba.
Torna
alla tua terra
dove l'acqua della fontana
ha il sapore pulito della
sorgiva
tra le lontane rocce.
Torna ai tuoi monti
dove la terra profuma
dell'antico sudore
del lavoro dei tuoi padri.
Torna
alla tua casa
dove la culla che ospitò i tuoi
primi vagiti
è ancora là nella stanza
dei tuoi giovanili sogni.
Torna
ai vicoli selciati
dove sei nato tra le chiocce ed
i pulcini
che pigolavano e dove infante giocavi con i
tuoi compagnucci
sotto lo sguardo vigile della dolce
nonna.
Torna
alle passeggiate
sotto il balcone del tuo primo
amore
ove gli sguardi furtivi
erano ricambiati da un tacito assenso.
Torna
laddove i cento colpi
dell'orologio ti
invitavano ad affrettarti verso i banchi
ove il
tuo maestro ti avrebbe trasmesso il suo
sapere.
Torna
nella valle
dove un millenario rio
accarezza le falde della roccia
su cui sono adagiate
le mille case
in cui si parla “luncitanu”.
Torna
nella terra
in cui il ripetersi di eventi
unici
ha segnato il tuo pensiero
con le indimenticabili tipiche tradizioni.
Torna
tra i tuoi monti innevati
dove le palle di neve ed i
“cannileri”
sono rimasti scolpiti nel vissuto
di quei tuoi lontani spensierati dì.
Torna
nel tuo giardino
ad ascoltare il canto delle
cicale
sul fico con il suo dolce
frutto già maturo.
Torna
dove tua madre ti adagiò
sulla
terra dei tuoi antenati
che ti attende
perchè mai si dimentica di te.
Taliannu u munnu da Crucetta
Profumu
di
geusu sciurutu
‘nta
l’aria cheta
‘ntornu
e nostri corpi nudi
iittati
‘nto fangu du munnu.
Si
‘nfila ‘nta menti
di
na settantina d’anni
u
focu di l’amuri
‘n
cerca du violu
di
na ‘nticchia
di
spiranza.
Viaggiaturi
‘n
mezz’a purviri
di
vecchi stiddi
sprufunnunu
‘nto
stagnu di l’odiu
e
mi cumpari
o
vardianu da vita
mustrunu
a vilanza
senza
rriali.
‘Nt'
a cascata sicca
sciddica
a
me vita
circannu
u sciumi
pi
navigari.
A
merla ‘nnamurata
‘nto
boscu di nuciddi preni
senti
crisciri u disiu
cu
ddu ciauru di gessuminu
sparatu
‘ntornu
e
appena u jornu
si
susi
sciddica
supra a montagna
e
u bacia
supra
u sessu
‘nmezzu
a curuna
di
petali ianchi.
U
tramuntu
quannu
è u so turnu
si
ficca
tra
li fogghi
du
vecchiu castagnu
e
manna culura di paradisu
supra
a peddi nuda
di
na carusa chi ‘nsunna
all’umra
di so rrami.
I
vurcani luntani
appuiati
supra
l’unna du mari
‘nta
la tila du celu
sparunu
faiddi
ch’nvitanu
a na cavarcata
pi
circari
a
varca d’Ulissi
chi
pumicia cu ddi
bbeddi
Sireni.
Iurnati
senza nuddu
cu
sulu sciaquiu
du
me rusceddu
chi
curri mmenzu
ddu
filari di chiuppi
alluntanati.
L'arba
senza
nuddu sapuri
i
iorna
unni
i crapi s’arrampicanu
senza
truvari erba
unni
a me arma
non
trova bannera pi chiantarla
supra
u pizzu di li Rocchi.
E’
pisanti
u
rispiru du munnu
ca
si posa
supra
a genti
chi
suspira pu guarimentu
di
chiaghi
du
corpu e di l’arma.
Cavaddi
‘nsirvaggiuti
assicutanu
ddu
misiru raggiu di luna
chi
mi scappò di manu
e
pensu
‘nta
stu disertu
unni
l’omu ‘nfilici campanìa
pensu
a
cu non avi travagghiu
pensu
a
cu disia l’amuri
pensu
a
cu soffri a fami.
E
dumannu:
pirchì
o
Signuri
ti
voti di l’autru latu?
G.
Z.
Verso
l'eternità...
I
tuoi passi
precedono
i miei pensieri
verso
l'infinito.
Sul
vecchio sagrato ortodosso
torna
ancora l'eco
delle
nostre parole.
La
brevità delle ore insieme
dove
soltanto gli sguardi
emettevano
suoni
che
sapevano d'amore
ha
creato un sogno senza tempo.
Se
esistesse un'altra vita
su
un qualche mondo
dove
i nostri spiriti
potessero
unirsi
possiamo
dire che
il
nostro amarsi
ha
avuto un senso.
Pur
tuttavia
i
nostri pochi perduti giorni
s'incontreranno
su
meteore
per
cavalcare le strade del cielo.
Ma
tu forse non ascolti
queste
mio verbo
che
aleggia sulla terra
dove
gli dei greci
hanno
visto
la
tensione d'amore
nelle
parole scambiate
tra
noi.
IL MIO PAESE
Sulle
pareti delle alte cime
scolpite
son le note
d'un
suono guerresco
che
l'udito percepisce
tra
il tintinnar di scimitarre
contro
temprate lame bizantine.
Nelle
menti dei vecchi
risuona
ancora il tuonar
di
lontani cannoni alemanni
ed
il pianto di madri
per
la meglio gioventù
che
s'appresta a difendere la Patria;
ma
negli avelli vuoti
di
chi non è tornato
s'ode
l'ultimo sospiro: Italia.
Quando
la luna cala
sorridente
sulla vallata scavata
dalla
millenaria forza della natura
s'ode
soltanto lo sciabordio
del
sonnolento rio
contro
i levigati sassi
su
cui ranocchi in calore
lanciano
il loro gracidare.
Si
spande nell'aria
trasportato
dallo zefiro notturno
il
canto del solitario pastore
che,
tra le sue capre dormienti, sospira
i
baci della sua vergine fanciulla.
C'è
ancora un lume acceso
nel
casolare della non lontana contrada:
una
donna prepara la bisaccia del suo uomo
che
prima di giorno
si
dovrà incamminare
per
portare a sera il pane per i suoi cari.
Nell'alta
notte
un'orchestrina
improvvisata
accompagna
una voce
che
gorgheggia antichi canti paesani.
Due
canali d'acqua
di
lontane sorgive
tolgono
l'arsura nelle scorrerie notturne
della
bella gioventù
che
s'immerge nella fredda vasca.
Le
luci notturne ancora accese
disegnano
il contorno d'una stella
che
s'adagia sulla roccia che accolse
i
disperati esuli
che
fuggivano dalle armi saracene.
Quì
non s'ode il grido di chi
tra
terre e mari ostili
impreca
alla avversa sorte.
Quì
non s'ode il fragore
di
motori sulle strade assolate
cariche
di tossine.
Quì
si vive la tranquilla esistenza
d'un
borgo tra i monti
della
calda terra di Sicilia.
Quì
si beve la fresca acqua di sorgente
quì
si respira l'incontaminata aria delle alture.
Quì
si crede nella pace
e si
praticano gli antichi valori
che
i padri e le madri
hanno
trasmesso alla loro discendenza.
Quì
c'è il rispetto degli anziani
che
nei caldi meriggi estivi
si
soffermano a dialogare
sotto
il sagrato dove l'alto campanile
spande
la sua ombra proiettata
dal
sole all'occaso.
Quì
a primavera tornano le rondini
cercando
il vecchio nido
e
sul davanzale appena giorno
si
posano i passeri che cinguettando
danno
il buondì.
Qui
è dolce distendersi sui prati
all’ombra
dei secolari faggi
mentre
i raggi del sole al tramonto
filtrano
tra i rami del vecchio bosco
colorando
un melodioso ruscello
quando
su un ramoscello di agrifoglio
si
posa il canto dell’usignolo.
Quì
aspirano le native menti
che
vivono in terre lontane.
LONGI.
LA SUA STORIA IN BREVE
di
Gaetano Zingales
LE
ORIGINI
Considerando
le varie ipotesi e valutando le diverse tesi, concordo con il
compianto professore Don Gaetano De Maria quando sosteneva che il
grosso concentramento umano della “Chora Demennon” è da
individuare nella località, in territorio alcarese, denominata ancor
oggi Lemina, e che il suo nucleo abitato era chiamato Demenna, mentre
il relativo kastron – allora indicato di S. Maria ma oggi segnalato
topograficamente come paleocastro di San Nicola– era ed è
nell’attuale territorio di Longi .
E'
altresì da annotare che, dopo la distruzione di Demenna ad opera dei
Saraceni, la popolazione scampata all’eccidio – i soldati
bizantini, impropriamente intesi latini o romani (ma non romani di
Roma) sol perchè provenienti dall’Impero Romano d’Oriente, di
stanza al Castro di S. Maria ( o di San Nicola), ed i demenniti
(greci) – si divise in diversi gruppi: alcuni si diressero ad
Alcara, già esistente, altri verso destinazione ignota. I pochi
documenti in materia dicono che avrebbero fondato, nel tempo , i
centri abitati di Longi e di Frazzanò.
E’
convinzione di qualche morfologista - e questo è un fatto nuovo -
che gli abitanti della contrada del Comune di Galati Mamertino, San
Basilio, presentino caratteri somatici, relativi all’aspetto
strutturale e formale, dissimili dagli abitanti del centro di cui,
dal punto di vista urbanistico, fanno parte. Essi hanno parecchie
affinità con la gente la cui religiosità faceva riferimento ai
basiliani: ne è un segno preminente il toponimo dato al loro
agglomerato urbano, nonché la festività, la più importante ancor
oggi, dedicata al fondatore dell’Ordine dei monaci basiliani:
l’orientale San Basilio Magno. D’altronde, il loro sito era una
dipendenza, non lontana da essa, della grancia del monastero
basiliano di S. Pietro di Muely. Conseguentemente, una quota della
discendenza degli esuli di Demenna potrebbe essere assegnata, quindi,
ai "sanbasiloti (o sammasiloti)" (così vengono comunemente
definiti e non galatesi).
Francesco
Rizzo (ma lo afferma anche il Morelli) scrive: “…ora siccome la
popolazione di Crastus (secondo alcuni autori così veniva chiamata
la città distrutta dai musulmani; Demenna venne riscoperta con la
Cronaca di Monemvasia, n.d.r.) era distinta in due rami etnici ben
diversi, e cioè i Greci ( i demenniti) ed i Latini (i bizantini
dell’Impero Romano d’Oriente), questi ultimi varcarono la cresta
del monte e scesero verso il versante orientale, fermandosi per
qualche tempo nella località chiamata San Nicolò (vicino alla
contrada Filippelli) poi scesero più a valle nella grangia
sovrastante il torrente Fitalia e costruirono un centro abitato
protetto” da una serie di forti dislocati lungo la cresta
sovrastante il detto fiume.
Viene
riferito che “i villaggi e i centri minori per motivi di economia e
di pericolo continuo si svilupparono velocemente sul modello del
“CASTRUM BIZANTINO” ovvero un gruppo di case-torri affiancate una
all’altra in modo da formare una corona fortificata le cui mura
esterne sono di fatto le pareti delle case; questi CASTRUM vennero
edificati solitamente su alture, su colline, sulle antiche acropoli,
sulle coste sfruttando i dislivelli come terrazze per elevare le
abitazioni dal livello strada, le costruzioni avevano un aspetto
ermetico con poche aperture all’esterno mentre l’interno era
elegante e razionale illuminato spesso da piccoli cortili”. Da
questa tipicità difensiva, quindi, ebbe derivazione il nome
primitivo di “Castrum Longum”, cioè edifici-fortezza costruiti
su una lunga fila. Tutto questo rafforza ancor più la tesi che i
fondatori ed i primi abitatori dell’odierna Longi sono stati i
bizantini-demenniti, sfuggiti al massacro saraceno. Nel tempo,
Castrum Longum viene modificato in Longium, poi Longus, indi Castel
Lungo, anche Alongi ed, infine, è chiamato Longi. Forse ci si
fermerà qui. Tranne che, riducendosi a piccole contrade per la
massiccia emigrazione giovanile, i tre comuni dell'Unione non
decidano di darsi, divenuti borghi al pari di Capri Leone, una nuova
denominazione: magari Demenna, "risorta", considerato che
le origini genetiche della gente sono comuni e comune è il sentire
religioso ed il loro "modus vivendi".
Facendo
un passo indietro, l’arrivo presso “la grangia (dipendente
anch’essa dal Monastero di Fragalà o di Demenna) sovrastante il
torrente Fitalia” avvenne, però, in due tappe: lo stazionamento,
prima, in contrada San Nicolò, la fuga - dopo un paio di secoli -
verso valle per dare vita al centro urbano che sarà- come detto - la
futura Longi.
Nel
piano di San Nicolò costruirono una chiesa dedicata a S. Pietro, che
diede, in seguito, la denominazione alla omonima contrada: il posto
divenne una grancia governata da un monaco alle dipendenze dell’Abate
del Monastero di S. Filippo di Fragalà. Nei pressi della chiesa
avrebbero realizzato, tra l’altro, un palmento (la zona era vocata
all’impianto di vigneti) ed un opificio per ricavare il filo dalla
pelle degli animali, ovviamente in Filipelli, laddove insistevano
animali da pascolo.
Il
pianoro di San Nicolò, ahimè, è stato investito da grossi massi
franati dal monte sovrastante ed interessato da uno smottamento del
terreno: tant’è che la chiesetta di S. Pietro scivolò verso
valle. Alla zona, denominata “angara”(ammasso di pietre) di Santu
Petru", malgrado il lungo tempo trascorso, è rimasta aperta la
grossa ferita, un crepaccio, inferta dallo scivolamento del pianoro
verso il basso. Nell’area circostante sono stati trovati dei
reperti, pietre squadrate che potevano fare parte dello stipite della
chiesetta. Uno studio geologico del luogo ci potrebbe dire molto di
più. La colonia degli esuli, che ha sostato – probabilmente per
alcuni secoli- a San Nicolò, prima di trasferirsi definitivamente
nel bassopiano dove ebbe a fondare l’attuale Longi , chiamava
quest’ultima contrada “ la Craparia”, cioè luogo di ricovero
per le capre, ma anche di pascolo. La conoscenza di questi
accadimenti mi viene dal racconto orale, trasmesso nei secoli, di
lucidi ottantenni, che l'hanno avuto tramandato, a loro volta, dai
loro nonni e costoro dagli antenati , e così via indietro nel tempo.
Per
notizia correlata, è opportuno informare i lettori che, attraverso
studi strutturali effettuati dall’Architetto Franco Brancatelli,
emergerebbe che la Chiesa Madre di Longi, realizzata nel 1500,
sarebbe stata sovrapposta ad una preesistente costruzione del 1300;
pertanto, è congetturabile che l’attuale centro urbano abbia visto
la luce tra i secoli XIII e XIV . Simile ipotesi trova supporto nel
fatto che la popolazione di cui parliamo era fortemente religiosa,
grazie alla presenza dei basiliani, per cui, contestualmente
all’insediamento nel sito, poichè era sentita la necessità di un
luogo di culto, si diedero da fare per realizzarlo. La qual cosa
sarebbe avvenuta appunto intorno al 1300.
I
primi feudatari
Carlo
d’Angiò, subentrato agli Svevi, nella riorganizzazione
territoriale ed amministrativa della Sicilia, trasforma, intorno
all’anno 1277, il dominio di Longi in feudo e lo assegna ad un suo
parente, il barone francese Bernardo Grancio. E ciò sino ai Vepri
siciliani. Cacciati gli Angioini, dopo un periodo confuso, vediamo,
nel 1282, sul trono di Sicilia Pietro d’Aragona. Il quale invia
Marco Cachiolo, quale Commissario, a Longi ed a Galati per esigere
l’incasso delle imposte e ratifica l’elezione di G. Raticus e P.
Calimeri a Giudici del casale di Longi. Nel 1283, il Re aragonese
spedisce una lettera al Baglio ed ai Giudici di Longi e Galati
affinchè arruolino 25 arcieri. Ed ancora, impone all’Università
(Comune) di Longi e Galati di versare all’arcivescovado di Messina
quanto dovuto in vettovaglie e moneta.
Tra
i proprietari del Casale di Longi – tale ancora era nel XIII
secolo- annotiamo alcuni baroni al seguito delle dinastie succedutesi
sul trono della Sicilia, la normanna-sveva , l’angioina,
l’aragonese e cosi via.
I
nobili Aidone da Parma e la moglie Contissa lo trasmisero alla figlia
Isolda, andata sposa a Bernardino de la Grange; costoro, passati
dalla parte del nemico, non misero più piede a Longi, che venne
tenuto da Riccardo di S. Sofia. Avendo tradito anche questi il re,
Giacomo, reggente dell’infante aragonese Federico, concede il
Casale di Longi a Riccardo de Loria, fratello di Ruggero, Ammiraglio
del regno di Aragona e di Sicilia. Nel 1296, anno dell’incoronazione
di Federico II, sembra – è d’obbligo questo termine dubitativo -
che il feudo di Longi - con “eius castro” (questa precisazione di
annessione di un “immobile” dimostra che esisteva una
preesistente fortezza)- sia stato assegnato a don Blasco Lancia
Miles. E’ certo, però, che i Lancia iniziano a dominare il
territorio longese nell’ottobre del 1302
Da
Ernesto, duca di Baviera , soprannominato “il Capitano della grande
lancia” – da lì il cognome – essendo stato un valoroso
condottiero, ha origine la famiglia Lancia, che, in Sicilia, inizierà
la sua presenza con Bonifacio d’Anglonica, padre, tra l’altro, di
Bianca, amante prima e moglie poi, dell’imperatore Federico II, di
Sicilia. Bianca è la zia del primo Signore di Longi, Corrado Lancia.
Siamo già nel XIII secolo e la presenza dei Lancia, a Longi, segue
le alterne vicende politiche siciliane dell’epoca.
Nel
1302, i Lancia , quindi, diventano feudatari di Longi e vi durano
sino al 1692, essendosi estinto il ramo con Flavia Lancia, figlia di
Pietro. Prima della sua morte, Pietro Maria Lancia, non avendo avuti
figli maschi, riunì le ossa dei suoi antenati e li seppellì in una
cripta ricavata sotto il coro della Chiesa Madre di Longi. La lapide,
che coprì i resti dei baroni Lancia, porta la scritta : << Don
Petrus Lanza, Longi Baro ac familiae, caput e ducibus Bavariae ortae
maioru hic reduscit composuit tumulavit Anno DNI 1652>> (
libera traduzione: “Don Pietro Lanza, Barone di Longi e della
casata, signore discendente dai principi di Baviera, raccolse le ossa
degli antenati e qui le tumulò” ). Con il barone Pietro aveva fine
il casato dei Lancia o Lanza del ramo longese.
Una
notizia riguardante i feudi baronali: il più esteso risultava quello
della “Foresta della Porta vecchia”, il quale ai giorni nostri
risulterebbe compreso tra i comuni di Bronte, Longi e Tortorici. Il
feudo, si presentava composto da sette “marcati” e rimase
indiviso fino al 1449, anno in cui le famiglie proprietarie
procedettero ad una spartizione. Quattro marcati, le contrade
Triarie, Botti, Foresta Vecchia, Mangalaviti, tra Randazzo, Bronte e
Longi, finirono nelle mani dei Santangelo; i rimanenti tre,
Cartolari, Barrilla, Acquasanta, insistenti su porzioni di territorio
a nord di Randazzo, tra Longi e Tortorici, andarono ai Paternò, i
quali li cederanno nel 1507 a Blasco Lanza, barone di Mojo. La
famiglia Lanza, di anno in anno, acquisiva sempre più estesi
territori.
I
Lanza di Longi, lungo i tre secoli di loro dominio, trasformarono il
casale in castello feudale. Era, quindi, una fortezza (“oppidum”),
costruita per la difesa e l’avvistamento, tant’è che le sue
mura, nella parte più antica, superano i due metri e mezzo di
spessore. Allora, era isolata, libera da case attorno, essendo
appunto un fortilizio. Era attrezzata con locali sotterranei,
destinati alle carceri baronali. Solo nel ‘600 divenne casa
nobiliare: vennero costruiti saloni affrescati, si acquistarono
arredi sontuosi, divenne un centro di documentazione storica: di
tutto ciò non esiste più niente: “ignoti ladri, sul finire del
secolo scorso, asportarono nottetempo tutto ciò che di valore
esisteva in quella dimora gentilizia”, come ebbe a dichiararmi
l’ultimo proprietario, il Marchese di Cassibile. Tra l’altro, si
trattava di oggetti di antiquariato di notevole valore. Anche se in
piena notte, possibile che neanche una persona sia stato svegliata
dal tramestio derivante dal caricare il/i mezzo/i di trasporto?
Misteri!...O no?
Nel
1570, al suono della campana della “Universitatis Terrae Longis”
, i cittadini vennero convocati nella piazza pubblica per procedere
alla elezione di alcuni Giurati, che li dovevano rappresentare nella
stesura dei “Capitoli di concordia tra l’Università di Longi (la
Comunità longese) e il Barone di detta terra”. Erano presenti
l’estensore dell’atto, il notaio galatese Nicola de Rubeo ed il
Barone don Francisco Lanza, assistito dal nobile Pietro Lando
(genitore di P. Tommaso – al secolo Paolo- Lando o Landi?).
Come
cronaca pettegola, annotiamo che un Valore Lanza fece ipotecare, nel
1403, terra e castello per potere dotare la figlia, ma,
successivamente, li vediamo infeudati a suo figlio Blasco.
Precedentemente, ad un Manfredi Lancia, nel 1345, re Ludovico aveva
dato in dono il feudo di Bronte, che comprendeva il Castello di
Maniace (o meglio, l’Abbazia di S. Maria di Maniace). La quale,
com’è noto, da Ferdinando di Borbone, alcuni secoli dopo, verrà
regalata all’ammiraglio inglese Orazio Nelson per l’aiuto che
egli diede al Re delle due Sicilie, in occasione della Rivoluzione
Napoletana contro il monarca. La tenuta divenne l’immensa Ducea di
Nelson, confinante con le terre di Barillà. Le storie locali
tramandano che i Lancia perdettero castello e feudo perchè uno di
loro – forse Manfredi stesso - se li giocò a carte.
I
primi e più importanti feudatari di Longi furono, dunque, i baroni
della famiglia Lancia. Dopo la morte, senza eredi maschi, dell’ultimo
Lancia, Pietro Maria, il possedimento passò a Silvestro Napoli Lanza
ed, indi, ai successori di questi.
Lanza
(in alcuni documenti Lancia), nobile e antica famiglia siciliana di
lontana origine bavarese. Stirpe imparentata con la Casa reale di
Svevia, in quanto Bianca Lanza (o Lancia) andò in sposa
all'imperatore Federico II del Sacro Romano Impero. Nei secoli la
famiglia ha accumulato in Sicilia le signorie di sette principati, di
due ducati, di due marchesati e di una trentina di baronie, solo per
citare le principali.
Dopo
i Lancia, sedettero sul trono baronale di Longi i Napoli ed i
Loffredo- D’Ossada- Cassibile.
IL
CASTELLO
Il
Casale di Longi, nei secoli successivi, subì diverse trasformazioni
, sino a divenire un “palazzone” residenziale per i baroni di
Longi.
Nella
Chiesa annessa al castello medioevale, esiste un prezioso dipinto
dell’ “Incoronazione di S. Caterina di Alessandria”. La
chiesetta è stata restaurata dalla Banca di Credito Cooperativo
“Valle del Fitalia “ di Longi, proprietaria anche del Castello
Medioevale.
….
“Il palazzo fortificato che oggi è pervenuto a noi non è altro
che il risultato finale di molti accostamenti alla fortificazione
originaria che è servita a rendere la dimora baronale, (fino al
1658) la più dignitosa possibile a personaggi quali i Lanza che
occupavano un ruolo di prestigio nel parlamento del vicereame di
Sicilia. Infatti, 1a maggioranza delle strutture murarie in pietrame
e malta è anteriore a1 1658, anno della morte di Pietro Maria Lanza,
senza eredi maschi; la figlia Flavia, sposa di Gaspare Napoli, di
Troina, diventa Barone di Longi. Inizia da questo momento una lenta
degradazione de11’intero «Castello» poiché molto probabilmente
Flavia Lanza preferisce dimorare in casa del marito così come i suoi
discendenti. Ad avvalorare tutto ciò viene il passo che si può
leggere nel <>
redatto nella meta del sec. XVIII ove dice testualmente:« ci ha
eziandio uno ospizio pei minori dell’ordine Basiliano ed una rocca
in ruina »
Dall’analisi
delle pitture murali ancora ivi conservate e dall'impianto
strutturale rimasto, si può certamente ritenere che 1’intero
complesso è stato recuperato e ristrutturato in modo radicale verso
la fine del ’700, i cui lavori furono portati a termine
probabilmente da Maria Napoli Stazzone, figlia del1’u1timo Barone
investito regalmente (Bernardo Di Napoli-Papardo).
UN
ECCIDIO DEL XVII SECOLO
I
baroni trucidati dai banditi
La
memoria orale racconta che il territorio era infestato dai banditi, i
quali, provenendo dall’interno del feudo, appena apparivano da
Ceramo in vista del paese, suonavano il corno per avvisare i
cittadini della loro presenza ed indurli, quindi, a rintanarsi nelle
loro case per non essere visti nelle loro scorrerie e ruberie. Si
parla di un’agghiacciante tragedia avvenuta ai danni della coppia
dei proprietari del castello per opera di una banda di predoni: il
barone fu denudato e cosparso di lardo incandescente ed olio caldo,
mentre la baronessa ebbe le mammelle tranciate dal pesante coperchio
di una enorme cassapanca. Morirono tra stenti indicibili. Per
vendetta? Atto di killeraggio, visto che si parla di cassapanca, dove
si conservava il grano, per mancato pagamento del pizzo? La storia
locale parla di una vendetta da parte di un uomo, cui i baroni
uccisero l’innocente figliolo, al servizio dei signori. Il duplice
omicidio, dalla cronaca corrente, venne attribuito al feroce bandito
Testalonga, che mozzava le orecchie e il naso alle sue vittime, che
si diede alla macchia vivendo di estorsioni, di furti di mandrie e
che applicava la legge del taglione: ricatti e sequestri furono le
sue armi più usate per colpire potenti e ricchi commercianti. Il
“Robin Hood siciliano” operò, con i fatti di sangue
attribuitigli, dal 1765 al 1767, mentre Giuseppe Napoli, barone di
Longi, visse dal 1735 al 1787. Non resta, quindi, che scoprire i veri
protagonisti dell’evento citato: impresa non facile. C’è da
dire, però, che il Castello venne abbandonato a cavallo tra il XVI
ed il XVII secolo. Probabilmente per questa tragedia. Tornò ad
essere abitato verso la fine del millesettecento.
Longi
nel medioevo ed oltre
Il
regime feudale fu instaurato dai Normanni. Il Barone di Longi , in
tempo di guerra, forniva al Re il “frodo” – frumento, orzo,
montoni, porci, vacche e vino - per vettovagliare l’esercito. Ma,
attraverso l’ ”adoa”, il servizio militare poteva essere
convertito in denaro. Si faceva altresì l’obbligo – angariae -
agli abitanti di prestare la loro opera per costruire e riparare le
fortezze e le muraglie. I militi in servizio per la Guardia Nazionale
erano sette, mentre, per la mobilitazione, Longi doveva essere
presente con sessanta soldati più sessanta di riserva: in pratica,
una mini-compagnia militare formata da tutti gli uomini abili,
considerata la presenza, all’anagrafe dell’epoca, di circa cento
famiglie.
Presso
l’ospizio basiliano, i monaci offrivano ospitalità e praticavano
l’assistenza agli infermi. Altra bellissima usanza era quella di
coprire gli sposi, sui gradini dell’altare, per sottrarli allo
sguardo della folla, con un velo di seta bianca, detto “pallium”,
quale segno di castità. Questo, allora! Se poi gli sposi volevano
avere benedetto l’anello nunziale, dal Vescovo, dovevano pagare un
tarì.
Il
Consiglio comunale era formato da cinque persone ed era presieduto
dal parroco, che lo convocava presso la Chiesa Madre. L’Universitas
– l’antico Comune – era affidata per la sua gestione ad un
baiulo nominato dal barone; i suoi compiti erano quelli
dell’esercizio dei poteri di giustizia e di amministrazione ed era
coadiuvato da un giudice e da un maestro notaro. “Homines jurati”
era il loro appellativo ed insieme formavano la corte baiulare . Dal
Re Federico III, nel 1324, vennero sanciti i loro compiti: “spendere
per comune utilità gli introiti, mettere le mete alle cose venali,
sorvegliare i pesi e le misure dei venditori, impedire che si
fabbricasse in luogo comunale, riunirsi ogni venerdì per esaminare e
decidere sugli affari dell’Universitas……, far nettare la città,
provvedere agli edifici che minacciavano rovina, conoscere e decidere
controversie sulle gabelle comunali, sulle siepi, confini e divisioni
delle vigne, delle case e di altri possessioni”. Allora, come oggi?
La “domus iuratorum”, realizzata molto tardi, custodiva le
scritture; prima, venivano depositate nell’archivio della Matrice;
in entrambi i casi, si perse tutto: per incuria, per strafottenza e
per ignoranza delle “necessità storiche e culturali”.
Per
le cause civili e per i crimini il potere era in mano ai baroni, i
quali esercitavano anche la “gladii potestas”, che consentiva
loro di elevare “furcas et perticas”; ancor oggi, il relativo
sito longese viene rammentato come Piano della Forca, nei pressi di
Bonaiunta.
Esistevano
tre Monti frumentari, la cui funzione era quella di limitare i disagi
dei consumatori nell’acquisto del grano. Questo cereale veniva
comprato quando il prezzo era meno caro, indi immagazzinato e
distribuito ai contadini per la semina. Costoro lo restituivano al
Monte con un modico interesse – misura colma anziché rasa – per
sopperire alle spese dello stabilimento. Nel 1781, il Re Borbone
Ferdinando II dispose di assegnare a questi enti gli spogli dei
vescovi e le rendite dei beni vacanti.
Leggo
anche, da documenti vari, che erano stati fondati due istituti: l’uno
per la distribuzione del pane ai poveri e l’altro per l’istruzione
dei soli uomini (sic!): probabilmente, la cultura somministrata si
fermava nel sapere leggere e scrivere. Infatti, sino a qualche secolo
addietro, molti non conoscevano i rudimenti di un’istruzione
scolastica. Le donne del XVII secolo e di quelli precedenti dovevano
rimanere …”ignoranti”…! Benvenuta civiltà!
Quando
il barone passava “a miglior vita”, si formava un corteo che dal
Castello si recava, per nove giorni consecutivi, in chiesa per
partecipare alla messa in suffragio del defunto. Per siffatta
cerimonia, i cittadini che partecipavano al corteo ricevevano le
vesti da lutto dalla cassa del Comune o da quella del barone.
Tutti
gli uomini, ad eccezione dei pubblici ufficiali e degli
ecclesiastici, traevano la loro qualifica dal terreno posseduto o
coltivato: “burgenses” – abitanti dei borghi – erano i
proprietari di terreni , mentre i villani che coltivano la terra ed i
servi facevano parte di un elenco denominato “platiatavole”.
L’industria,
rappresentata dalla lavorazione della canapa e del lino tramite
appositi telai, era concentrata nella corte feudale, nelle abbazie,
nelle masserie e nelle case dei borghesi e vi lavoravano i servi per
conto del domino. Il villano che lavorava a giornata era indicato col
termine “affannaturi”. Non occorrono spiegazioni!
I
forni per la vendita del pane al pubblico erano di proprietà
baronale così come i mulini e le neviere; questi ultimi “opifici”
venivano dati anche in affitto.
Nell’agricoltura
era fiorente la coltivazione dei cereali, la raccolta delle castagne
e dei gelsi (le cui foglie servivano per l’allevamento del baco da
sete), la cura delle viti. Questi prodotti, soddisfatte le esigenze
familiari, venivano anche esportati.
Calamità,
carestie e rivolte
Tra
il 1491 ed 1519 si ripeterono siccità d’acqua e gelate che
distrussero i raccolti e provocarono stragi di bestiame. Non
mancarono le alluvioni. Questi eventi calamitosi colpirono i ricchi
proprietari ma soprattutto i poveri, i contadini e gli artigiani ed a
cagione del malessere economico diffusosi, nel 1516, la popolazione
si rivoltò.
Nonostante
tutto, sorsero tre mulini ad acqua ed un drappificio.
L’usura
era una pratica diffusa ed i debiti investirono parecchia gente:
molti avevano soltanto “pedas et dentes”. Il malcostume politico
si allargava a macchia d’olio: misteriosa è la donazione fatta,
dal Barone di Longi e di Cianciana, Antonio Lanza, di circa 190
ettari, in Cianciana, al Notaro P.P.Mignia del regio tribunale per le
cause delegate.
In
quegli anni, quattro Sindaci dell’Università, in lite con il
Signore del luogo, chiesero ed ottennero le salvaguardie ed il
diritto di farsi accompagnare da uomini armati (l’odierna scorta).
Il provvedimento venne invocato contro il barone Antonino Lanza ed il
figlio Pietro.
A
causa del propagarsi del brigantaggio, nel 1516, il Vicerè spagnolo
fu costretto ad usare la maniera forte e conferì l’incarico di
Capitano d’armi a Francesco Ventimiglia, membro della potente
famiglia siciliana di nobile retaggio. L’ordine era di reprimere
banditi, facinorosi, omicidi e ladri in metà provincia di Messina,
tra cui Longi, e mezza provincia di Catania. Le pene inflitte
consistevano nella decapitazione o in battute di corde.
La
peste
Nel
1918, la pestilenziale “spagnola”, nell’arco di tre anni,
depauperò la popolazione longese mietendo parecchie vittime e non
distinguendo tra ricchi e poveri.
“ Novanta
anni orsono, mentre si consumavano gli ultimi fuochi della prima
guerra mondiale, milioni di uomini e donne furono vittime della
cosidetta “spagnola”, che cominciava con i sintomi di una normale
influenza. Il morbo divenne virulento, in Sicilia, tra l’agosto
1918 e il marzo 1919. Fu un’ecatombe di giovani , tra cui molte
donne; alcune di queste – si racconta – riuscirono a salvarsi,
mentre erano a letto ammalate, col sopravvenire del flusso mestruale.
La malattia stroncò la vita nel mondo a ben 100 milioni di persone.
La Spagnola- viene affermato da Barry in una sua ricerca – uccise
in un anno più persone che la Peste Nera del Medioevo in un secolo
e, in 24 settimane, quanto l’AIDS ne ha ucciso in ventiquattro
anni” (estratto da La Repubblica del 30-7-2008).
Sono
ricorrenti nella storia i periodi pestilenziali o di colera.
Non
si hanno notizie di ciò che accadde negli anni 1347/48 tra la
popolazione del nascente borgo longese. Ma c’è una presenza
significativa verosimilmente apparsa in quei ciclici ritorni del
terribile morbo. Durante le frequenti epidemie successive al 1348, si
diffuse anche il culto di San Rocco. Egli, mentre si recava in
pellegrinaggio da Montpellier a Gerusalemme, facendo sosta a Roma,
s’imbattè nella Peste Nera. Per alcuni anni assistette i malati
della città facendo guarigioni miracolose che diffusero la sua fama.
Rientrando a Montpellier, nei pressi di Piacenza, fu colpito dalla
nera malattia: con l’aiuto di un cane e di un angelo vi
sopravvisse. Invocato nelle campagne contro le malattie del bestiame
e le catastrofi naturali, il suo culto si diffuse straordinariamente
nell'Italia, legato in particolare al suo ruolo di protettore contro
la peste.
Quando
ebbe inizio, a Longi, il culto di questo santo, la cui statua col
cane è presente nella chiesa madre? In quegli anni pestilenziali?
Purtroppo, non esistono documenti al riguardo ma possiamo ipotizzare
che anche a Longi l’epidemia mortale fece la sua ciclica comparsa
nel corso dei secoli.
La
frana
Il
15 marzo 1851, una grossa frana di terra e grandi massi s’abbattè
sulla parte alta di Longi travolgendo tutto ciò che incontrava sul
suo cammino: un centinaio di case, stalle ed animali. Dalle rovine,
il paese venne privato: a S. Maria, del convento-“grancia”
basiliano e della chiesa ove si venerava l’effige della Madonna di
Montserrat; della chiesa del San Salvatore e, nel rione Borgo, di
quella della S.S Annunziata, peraltro già lesionata dai passati
terremoti. Quest’ultima venne “trasferita” in contrada
“Jardinu”, su un terreno donato dalla Baronessa Maria Calcagno
D’Amico. Costei, in seconde nozze, sposò il Generale piemontese
Antonio Moriondo, al quale venne intestata la piazza antistante. Mi
sia consentito chiosare che essa avrebbe dovuto portare il cognome
della Baronessa Maria Calcagno, proprietaria e donatrice del terreno.
Ma, allora, in casa i pantaloni li portavano gli uomini…Moriondo,
un garibaldino, venuto dal Piemonte alla conquista della Sicilia,
venne “onorato” in un paese a lui straniero. Sarebbe il momento
di dare questa dignità a colei che è stata, allora, la Baronessa di
Longi. Si dimenticano, invece, coloro che, a Longi ed in Italia,
onorarono, con il loro cognome, la patria natia.
A
seguito della frana, in parecchi dovettero sfollare nei paesi vicini,
laddove il loro cognome, tipico di Longi, ne indica il paese di
provenienza.
Nei
decenni recenti, l’espansione urbanistica del paese si estese, in
gran parte, sulla sedimentazione di quel terreno, oggetto della frana
sopra descritta. L’agglomerato antico, invece, era stato costruito
su una robusta roccia, che s’affaccia sul fiume Milè (o Fitalia).
Negli
anni novanta del secolo scorso, a seguito delle segnalazioni da parte
di alcuni cittadini per lesioni nei muri del paese, nella qualità di
Sindaco del paese, chiesi un sopralluogo geologico alla Provincia
regionale di Messina. Il geologo dell’ente pubblico stese una
relazione attraverso la quale mise in evidenza il sovraccarico che si
è venuto a determinare sulla roccia fluviale sul cui pianoro
giacciono le antiche case. La relazione si trova agli atti del
Comune.
Un
progetto per opere a difesa del paese, durante la mia gestione
amministrativa, proposto dalla Giunta in carica all’approvazione
del Consiglio Comunale, non ebbe fortuna. L’area di S. Maria è
definita tecnicamente come zona soggetta a rischio di dissesto
idro-geologico.
Santa
Maria di Monserrato
S.
Maria di Monserrato è il nome di una chiesa longese che oggi non
esiste più. La sua amministrazione era gestita in epoca
relativamente recente, cioè nei secoli XVII-XIX, dai monaci di San
Filippo di Fragalà, il monastero normanno di Frazzanò la cui storia
è ricostruibile dalla fondazione (XI secolo) all’esproprio
(seguito alle leggi eversive postunitarie) grazie a un ricco corredo
documentario oggi conservato presso gli Archivi di Stato di Palermo e
Messina. )
In
un inventario redatto nel 1854 la chiesa di S. Maria risultava già
diruta a causa di una rovinosa frana che travolse tra l'altro «quanto
era rimasto dell'antico convento basiliano in contrada S. Maria». Il
nome della contrada corrisponderebbe dunque, come spesso accade, al
toponimo per indicare la posizione della chiesa di S. Maria di
Monserrato all’interno del territorio longese.
Importante
quesito: che ci faceva una chiesa della Madonna di Monserrato tra i
Nebrodi? Come è possibile cioè spiegare a Longi - si è chiesto la
dott.ssa Shara Pirrotti- la presenza di un culto spagnolo? La
plausibile risposta datasi è la seguente. Il culto alla Vergine di
Monserrato deve infatti ricondursi alla miracolosa statua ritrovata
in Catalogna nel I secolo d. C. a 725 m d’altezza nella grotta del
monte Montserrat dove fu in seguito eretto il monastero benedettino
intitolato alla Madonna.
Come
sia arrivato questo culto dalla Catalogna a Longi, unico centro in
Sicilia ad averlo documentato, è spiegabile solo per l’influenza
di un gruppo più o meno numeroso di immigrati spagnoli, che
trasferirono e affermarono nell’area dei Nebrodi la devozione verso
il più importante emblema della loro fede e cultura verosimilmente
dopo il 1282, quando i Vespri posero fine alla dominazione angioina e
aprirono la lunga epoca della dominazione spagnola in Sicilia.
Ed
il sottoscritto aggiunge. Ebbene, facendo una carrellata dei Signori
e dei Feudatari di Longi, leggiamo che Riccardo di Lauria o de Loria
era il padre di Ruggero, il Grande Ammiraglio siciliano al servizio
dei sovrani aragonesi, fra i più celebri del suo tempo. Nel 1291, il
re Federico d’Aragona concede a Riccardo, per i servigi militari
resigli, tra gli altri beni, il castello di Galati ed il casale di
Longi. Ai suoi titoli nobiliari, Riccardo aggiunge quindi anche
quello di barone di Ficarra divenendo, pertanto, Signore delle terre
di Longi, che facevano parte della baronia ficarrese. Riccardo di
Lauria sposò, in seconde nozze, Bella Amico, dalla quale ebbe una
figlia, che sposò Corrado Lancia, divenendo ,tra l'altro, anche
barone di Ficarra. Ritengo, pertanto, che la presenza della Madonna
di Monserrat, a Longi, sia da "imputare" al ceppo della
famiglia di Riccardo di Lauria- Bella Amico e della figlia che sposa
Corrado Lancia, capostipite dei baroni di Ficarra e che fu feudatario
di Longi. Con questa dinamica di successioni si potrebbe giustificare
la presenza della Madonna di Monserrat a Longi. Aggiungo che, durante
la presenza degli aragonesi in Sicilia, molti spagnoli sbarcarono
sulle coste sicule al seguito dei conquistatori; è molto probabile,
quindi, che qualche notabile spagnolo, facente parte della piccola
corte dei baroni di nomina aragonese, si sia installato a Longi.
Certo, supposizioni. Ma tuttora, a Longi, esiste un cognome
dall’accento spagnoleggiante! In cima al portale dell’antica casa
Zingales – cognome di origine spagnola- è incastonato uno stemma;
é verosimile che sia appartenuto al nobile dello stesso cognome,
trasferitosi a Longi al seguito del feudatario De Loria quale facente
parte della sua corte. Potrebbe essere una prova testimoniale del
culto alla catalana Madonna di Montserrat voluto dagli spagnoli
aragonesi stabilitisi a Longi. Peraltro, la famiglia Zingales,
proprietaria dell’abitazione suindicata, non annovera parentado nel
paese; gli altri con lo stesso cognome derivano da Zingali o Zingale,
ai quali, nei secoli trascorsi, per analogia o per semplificazione,
l’anagrafe comunale ritenne “opportuno” uniformare il cognome
familiare. Questa conoscenza mi viene da racconti tramandati dai miei
antenati.
Fatti
e misfatti accaduti durante il “regime “
All’inizio
del secolo XX , a Longi, si fronteggiavano due schieramenti politici:
da una parte, i Monarchici, capeggiati dal Duca Loffredo D'Ossada e
dal Colonnello Antonino Guarnera; dall’altra c’erano i
Democratici Nazionalisti. Nella prima fase, il nazionalismo italiano
si presentò come movimento delle classi borghesi in ascesa,
denominato Associazione Nazionale Italiana, sostenuto soprattutto da
intellettuali e letterati, fra cui Giovanni Verga, Giosuè Carducci e
Gabriele D'Annunzio. Successivamente divenne una delle componenti
essenziali del fascismo e diede luogo all'esaltazione dello Stato. A
Longi, i democratici nazionalisti facevano capo ai fratelli Zingales,
otto maschi guidati dal dott. Angelo, laureato in Chimica
farmaceutica e Agronomìa, che, in precedenza era stato Sindaco del
paese per due volte ed una volta Commissario Prefettizio.
Nel
1922 Benito Mussolini diventò Capo del Governo e, nel 1924, con
l’assassinio di Giacomo Matteotti, dette inizio alla sua dittatura,
attribuendosi anche il titolo di Duce. Siamo, quindi, in pieno
periodo fascista. Plana a Longi un forestiero per insegnare, nelle
frazioni, attraverso la scuola rurale istituita (appositamente per il
soggetto?) dal regime in carica. Successivamente, impalma una donna
tra le famiglie più ricche del paese e raggiunge l’ambizioso
obiettivo di fare parte del raggruppamento dei “padroni del paese”
attraverso il suo inserimento nell’organismo dirigente locale del
Partito Nazionale Fascista. Del quale, nel ventennio fascista
longitano, l’ins. Giuseppe Mollica, alcarese, divenne Segretario
politico a cui aggiunse anche la carica di “ispettore di zona”.
Era spavaldo e vestiva indossando il fez, la camicia nera, il
cinturone con il pugnale sui calzoni alla zuava e gli stivali.
Anche
a Longi vennero inquadrati Figli della lupa, Balilla, Avanguardisti,
camicie nere con un teschio su tibie incrociate. Il Sindaco fu
sostituito dal Podestà, che era asservito ai voleri del Segretario
Politico; la carica venne conferita al Maestro Leone Carcione
(cognato del Mollica), Uomo perbene ma arrendevole . Come altrove, lo
stomachevole olio di ricino venne somministrato ai dissenzienti dagli
onnipresenti militi, i quali, prepotenti qual’erano, disponevano,
tra l’altro, la chiusura di esercizi di generi vari con motivazioni
balorde oppure, se qualche vecchietto non s’inchinava al loro
passaggio, lo redarguivano in malo modo, insultandolo e minacciandolo
di colpirlo col manganello; od anche, se, ascoltando la voce del Duce
alla radio, qualcuno non si alzava sull’attenti, questi veniva
ammonito e colpito col solito manganello.
Ed
ancora, per sovvenzionare l’entrata in guerra dell’Italia
mussoliniana, alle dita delle madri vennero” strappate” le fedi
nuziali e venne comandato, dal Duce, che tutti i generi di prima
necessità venissero razionati mediante “tesseramento”.
“I
prefetti, i questori, i funzionari ed i magistrati di ogni categoria
si sono ridotti a tremare dinanzi alle ukase (decisione imposta
d’autorità, indiscutibile ed inappellabile. N.d.r.) dei caporioni
fascisti. Nei centri minori la sede del Partito si è trasformata in
una via di mezzo tra il Tribunale, la caserma e il Municipio, tanto
che spesso il maresciallo dei carabinieri ha dovuto eseguire degli
arresti per ordine del segretario fascista (Giacomo Lumbroso, La
crisi del fascismo – Firenze 1925 – Dalla collana Mondadori). La
quiete che spesso regna nei borghi di frequente induce a mettere
sotto silenzio ciò che di brutto e di ingiusto avviene in quelle
piccole comunità. E’ un male? E’ un bene? Il male, che non si
distrugge sottacendolo, induce a far si che altre azioni, che
generano dispiaceri o dolori, possano essere poste in essere da
cattivi soggetti rassicurati dall’omertoso comportamento di chi
dovrebbe denunziare quegli atti di vigliaccheria, di violenza, di
malvagità. E, per queste prepotenze, c’è gente che ha pianto.
Anche questa è storia locale e la Storia, come si sa, è Maestra di
vita. Almeno, lo dovrebbe essere.
San
Leone, Vesccovo di Catania, è il protettore di Longi
Prima
di S. Leone, era Protettore del paese S.Michele Arcangelo. Ma, nel
1404, Valore Lancia, su invito del Re, si recò a Catania per “alcuni
affari delicati”. E’ possibile intuire , con consistente
probabilità del vero, che “Qualcuno” abbia suggerito al Barone
di sostituire l’allora Protettore con S. Leone. Il Quale, a
Catania, era considerato un grande Taumaturgo. I baroni ed i Signori,
allora, erano munifici con i luoghi di culto ed ogni loro desiderio
“doveva” essere recepito. Altrimenti, ne andavano di mezzo le
opere e le entrate parrocchiali!
Che
siano stati i Lanza a portare la venerazione del Santo a Longi è
indubbio in quanto, nondimeno, la Casata era “titolare” anche
della baronia di Sinagra, ove parimenti era ed è Protettore S.
Leone.
Cronologia
longese in sintesi
VI
secolo d.C. – Alcuni esuli lacedemoni, in fuga dal Peleponneso,
approdano ai lidi del Tirreno, nei pressi dell’attuale Torrenova, e
danno vita sulle Rocche del Crasto ad una nuova città, che chiamano
Demenna;
X
secolo – Demenna viene distrutta dai saraceni ed alcuni fuggitivi
si stabiliscono in contrada S.Nicolò (oggi S.Pietro) e creano un
nucleo abitativo alle falde del versante orientale delle Rocche del
Crasto;
XI
secolo – I normanni liberano la Sicilia dagli arabi;
XII
secolo – Evacuata la contrada S. Nicolò, a seguito di una grossa
frana, i demenniti scendono a valle e nel pianoro della “Craparia”
pongono la prima pietra di Longi;
XII
–XIII secolo – Con i normanni ha inizio il feudalesimo. Il primo
feudatario, nel 1272, è il barone francese Bernardo Grancia. A
seguire, nel novembre del 1291, vediamo sullo scanno feudale Riccardo
de Loria, al quale subentra, nel 1296, don Blasco Lancia Miles; nel
1283, con gli Aragonesi, viene istituita l’Università (Comune) con
i suoi rappresentanti;
XIV
– XVII secolo – Dal 1302 al 1692 i feudatari appartengono alla
casata dei Baroni Lancia (o Lanza) di Longi;
1570
– Al suono della campana, vengono convocati i “comunisti”
(abitanti del comune) e, nella piazza del paese, viene redatto un
atto pubblico ove sono sanciti diritti e doveri tra il barone ed i
cittadini. Leggi, nelle pagine precedenti, il testo :” Capitoli di
Concordia tra il Barone Francesco Lanza e l’Università”;
XVIII
secolo – Vediamo, quali Signori del territorio, i baroni Napoli;
XIX-
XX secolo – S’insediano nella baronia le Casate dei Loffredo,
D’Ossada, Cassibile; nel 1965 si estingue la successione del Duca
D’Ossada e, quindi, ha fine la presenza baronale.
Nel
1821, Longi ha il primo Sindaco eletto dal popolo, quello, però, che
“sapeva leggere e scrivere”;
15
marzo 1831- Una grossa frana cancella le case, il convento e la
chiesa in contrada S. Maria;
Dall’Amministrazione
Comunale 1903-1916, sono state realizzate le seguenti opere: impianto
dell’illuminazione pubblica con 50 lumi, acquisto nuovo orologio da
torre, installato alla Chiesa Madre, sistemazione delle acque
potabili e della fognatura, costruzione edificio scolastico,
riedificazione della Casa Comunale, dotazione di campanile ed arredi
sacri della Chiesa del Cimitero, istituzione di una scuola mista di
grado superiore ed una serale, riadattamento di alcune strade
comunali, rimboschimento delle coste Lunari, attivazione del servizio
di portalettere e di quello telegrafico, consolidamento di pendii
franosi, impegno fattivo per la costruzione della strada rotabile
Rocca di Caprileone- Longi, costruzione del "lavatoio pubblico",
estinzione dei debiti ereditati.
Nel
1918, la “spagnola” miete parecchie vittime depauperando la
popolazione;
Negli
anni trenta, il paese è collegato al litorale marittimo essendosi
completati i lunghi lavori per la realizzazione della strada
provinciale. Sino ad allora, l’arteria (si fa per dire) era
utilizzabile a dorso di animale o con un calesse;
Nel
1934, nell’era fascista, il Sindaco viene sostituito dal Podestà
nominato dal Prefetto, ma il potere è in mano al Segretario politico
della locale sezione del P.N.F. ed ai militi fascisti.
Con
l’avvento della Repubblica e l’abolizione dei titoli nobiliari,
il Barone perde un potere nominale ma conserva il “rispetto” e le
vaste estensioni di terreni;
Dopo
il referendum costituzionale, vinto dalla Repubblica, nel 1947 ,viene
eletto il primo cittadino, il quale –ironia della sorte – è un
monarchico: il geometra Antonino Zingales, funzionario in pensione
del Genio Civile, il quale, allo scadere del suo mandato
amministrativo, dovette cedere il testimone a Giuseppe Mollica.
Questi, dopo la sconfitta del fascismo e l’avvento dell’era
repubblicana, venne epurato assieme alla moglie, farmacista, in
quanto dirigenti del PNF della locale sezione. Ma, successivamente,
venne reintegrato nei suoi diritti politici attraverso la
cancellazione dell’epurazione mercé al “buonismo tutto paesano”
di coloro che si definivano socialisti e comunisti locali, in
quell’epoca, al di fuori, quindi, di ogni logica politica, che
caratterizza l’azione partitica nel richiamo e nel rispetto delle
proprie ideologie politiche. Ed il Mollica venne eletto Sindaco,
essendosi riciclato nella Democrazia Cristiana: da “dittatorello
locale” a “democratico” passando attraverso un processo di
catarsi… ideologica…Ma, come diciamo in Sicilia: “Cu nasci
tunnu un pò moriri quatratu”.
Nel
1960, l’amministrazione comunale in carica, di colore
democristiano, quella di Mollica, viene sconfitta dalla lista civica
“San Leone” il cui tema conduttore della campagna elettorale fu
quello di far cessare la mafia dei pascoli nel bosco di Mangalaviti;
il vincitore fu l’ins. Rosario Priolisi, democristiano di sinistra,
a capo di una formazione civica di centro-sinistra.
Negli
anni ’80, il Partito Socialista Italiano, con Antonino Imbrigiotta,
nuovo Sindaco, diviene il primo partito superando la D.C..
Dopo
un periodo di alterne vicende politiche e di commissariamento del
Comune, nel 1993, all’Amministrazione comunale insediatasi,
vincitrice delle elezioni amministrative con la lista “Lavoro ed
impegno sociale”, viene consegnata, dal Segretario Comunale e dal
revisore dei Conti, la richiesta di dichiarazione di dissesto
finanziario in miliardi di lire, debito scaturito da improvvide
gestioni delle Amministrazioni precedenti. La Giunta rigetta
“l’invito” e riesce a sanare il bilancio comunale attraverso un
mutuo erogato dalla Cassa Depositi e Prestiti, con il quale onora i
debiti ereditati.
Il
23 agosto 1994 un grosso incendio notturno, presumibilmente doloso,
minaccia il paese dal lato nord, nord-est. E’ distrutta la
vegetazione sino al letto del fiume Fitalia, muoiono animali, ma le
case vengono salvate grazie all’opera infaticabile di giovani
volontari: eroi notturni, che sfidarono la morte.
Negli
anni 1995- 1996-1997, la comunità subisce un imbarbarimento dei
rapporti tra Giunta Comunale ed avversari politici, soprattutto per
la comparsa di volantini anonimi offensivi e diffamatori; il T.A.R.
di Catania emette la sentenza con cui respinge la richiesta di una
parte del Consiglio Comunale di “referendum per la rimozione del
Sindaco”.
Alla
fine del 1997, la Giunta uscente della lista “Lavoro ed impegno
sociale” , a causa della frantumazione del fronte della sinistra,
viene sconfitta dalla concentrazione centrista “Vivere Longi”.
Nel
2007, dopo il monocolore di centro, la lista civica “Nuove Energie
Longesi” vince le elezioni amministrative e bissa il successivo
turno. Questa Amministrazione ha dovuto affrontare una sequela di
avversità: dissesti idrogeologici, incendi in tutto il territorio
comunale, susseguirsi di preoccupanti fenomeni sismici.
Annotazioni
a margine degli eventi.
Nel
1724, Carlo di Borbone, Infante di Spagna, conquista la Sicilia,
cacciando gli Asburgo, e ne diviene sovrano. I Borbone, con il Regno
delle Due Sicilie, regnano sino al 1860 tra moti rivoluzionari,
proteste ed avversioni da parte dei Baroni siciliani. Non vi è
notizia che i Signori di Longi abbiano partecipato alle lotte
politiche attuate dai notabili siciliani contro i sovrani Borbone. Ai
quali, peraltro, rimasero fedeli, come ebbe a dichiararmi, in una
delle conversazioni intercorse, il Marchese di Cassibile, Silvestro
Loffredo Gutkowski.
Durante
il regno borbonico, la Sicilia continua a vivere di agricoltura e di
commercio marittimo a fronte della florida economia del napoletano,
dove si da impulso all’industria ed alla rete ferroviaria. In quel
periodo, il fenomeno dell’emigrazione è assente ed a Longi si vive
con l’agricoltura, il lavoro artigianale, l’allevamento di
bestiame, il commercio dei prodotti locali: noci, castagne, nocciole,
seta, frumento, ecc.
Nel
1812, i Borbone, con la Costituzione, pongono fine all’istituto
giuridico feudale, ma la baronia continua ad esserci anche dopo
l’unità d’Italia attraverso i latifondi. Quest’ultimi cessano
di esistere, nel 1950, quando viene approvata la riforma agraria. In
quel frangente, il Duca D’Ossada aliena, ad un prezzo politico, i
suoi terreni in contrada Gazzana.
I
Borbone sono costretti all’esilio quando il Piemonte invade il
regno delle Due Sicilie. “Le riserve auree del Regno delle Due
Sicilie servirono a risollevare l’economia del Nord del Paese. Il
Sud fu definitivamente messo in ginocchio: terreni espropriati, tasse
che in 3 anni dall’unità raddoppiarono. Cause e concause che
spinsero migliaia di meridionali ad emigrare al Nord” (Giuseppe
Ressa, Il Sud e l’unità d’Italia, Napoli 2003).
I
longesi incominciano, quindi, a subire le traversie del regno
d’Italia: ha inizio l’emigrazione, in molti cadono durante la I e
la II guerra mondiale, il fascismo impone le sue leggi sino a quando
la Resistenza e gli Alleati cacciano i nazi-fascisti dal Paese.
Durante lo sbarco delle truppe americane e la contemporanea ritirata
di quelle tedesche, parecchie famiglie si rifugiano nelle contrade.
Arrivano anche longesi sfollati da altri centri.
Ancora
oggi i longesi sono costretti ad abbandonare il paese natio in cerca
di lavoro: in Italia ed all’estero! A causa anche della pesante
crisi economica. Ed il paese, anagraficamente ma non solo, viene
annualmente depauperato di braccia-lavoro e di giovani intelligenze.
(tratto
dal mio saggio storico su Longi “ Quel borgo bagnato dalle acque
del Mylè” e da altre pubblicazioni)
Le mie
pubblicazioni :
Quel
borgo baciato dalle acque del Mylè.
Eventi
cronologici, documenti, immagini, biografie nelle terre di
Longi-edito
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sono acquistabili on-line su:
- presso le rispettive case editrici e tutte le librerie d'Italia.
ALTRE
MIE PUBBLICAZIONI SONO STATE EDITE SU
Ho pubblicato:
“Il
Canto dell’Emigrante” , poesie
“Demenna,
l’impatto saraceno” – Romanzo, I edizione
“I
Castelmalè”, quadrilogia, saga di una famiglia nobile dei
Nebrodi
“Tra
Krastos e Demenna”, saggio, ricerca documentale
“La
leggenda di Demenna”, romanzo storico
“inchiostri”
, poesie
“Quando
il destino bara” , storie d’amore
“ALLE
PENDICI DELLE “Rocche” – Storia ed altro su Longi
“Voci
dal cuore”- Poesie
“ Non
ho mai amato nessuna come te” – Viaggio nella solitudine ,
romanzo
“L’ultima
baronessa”, romanzo
Ph. di
Nino Serio






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