10 agosto, 2019




FLORILEGIO DI SCRITTI


di GAETANO ZINGALES









QUESTO ERA IL MIO PAESE

Sul tavolato delle Rocche carsiche, muti coreuti di una storia lontana, l’aquila solitaria volteggia, tra l’eco armoniosa di antiche leggende, quale étoile su una mitica scena. Dalle falde rocciose si dipartono verdi declivi che degradano verso sorgenti montane dove un tempo i fanciulli immergevano l’arsura dei loro corpi. Sul pianoro sottostante un vecchio maniero vigila su tetti vermigli.
Era il secolo delle guerre. Ascendevano verso il cielo faville di fuochi scoppiettanti nel freddo dicembre e tavole imbandite nei quartieri brindavano al dio Bacco accompagnate dai canti di Natale e dalle notturne cennamelle. Palle di neve rotolavano, spinte dalla spensierata gioventù, lungo la “ciacata” medievale per fermarsi nella piccola piazza con un buffo cappello sul volto imbiancato.
In primavera il Cristo risorto, nel silenzio assorto della folla, incontrava sua Madre per dare la stura alle campane, legate nei giorni di Passione, con festanti note. L’eco di quel suono si spargeva nel cielo non più cupo sino alle lontane contrade e nel cuore della gente.
Nelle notti d’agosto, tra danze sul terrazzo stellato, la più bella veniva incoronata con un finto diadema scaturito dalla messe di “lustrini” donati; nelle strade buie, cantori d’una improvvisata orchestrina deponevano note d’amore sui balconi dell’amata ma, talvolta, un vaso di fiori precipitava sul capo del malcapitato spasimante inviso alla sua bella.
Un Don Luigi, attraversando i sentieri della contrada, nel romantico settembre, chiamava le donne a raccogliere le nocciole, che accorrevano pur se per una ridotta paga, che a quei tempi era la metà di quella degli uomini (sic!). C’era tanta povertà ed il poco era accettato pur di sfamare i propri figli. Tra i filari, confidandosi le proprie angustie, le femmine riempivano i cesti ed una fumante minestra, in cui s’inzuppava il pane nero, a mezzodì, rinfrancava il corpo esausto appollaiatosi, per defaticanti ore, sui frutti sparsi sul terreno già mondato dalle erbacce; a sera, tra un canto, un lazzo ed una gassosa, si continuava per “spatellare” la verde nocciola dalla sua “galla”.
Nel vigneto, poi, quando era pronta l’uva matura per essere colta, i giovani raccoglitori intrecciavano amori improvvisi, che continuavano alla luce di un falò dinanzi al casalingo “trappitu”: uno sguardo, una carezza, un bicchiere di mosto appena nato sancivano il dolce sentimento.
Sul finire dell’anno, quando calavano le nuvole, fitta nebbia saliva dalla frescura della valle e penetrava tra i muri del borgo, pronto all’incipiente rigidità della fredda stagione. Lancinanti s’alzavano le urla del grasso suino, vittima sacrificale per mense imbandite.
Rammento i garruli giochi tra gli stretti vicoli sotto lo sguardo vigile degli anziani nonni, i cento tocchi del vecchio orologio, le spighe odorose sull’aia, il profumo dell’erba appena nata, il cammino dell’asinello verso “u locu” di chi doveva portare il pane quotidiano sul desco serale, il mattutino scampanio di capre che con le mammelle turgide distribuivano il latte alle massaie ancora assonnate, il conversare delle donne assise sul “bisolu” sono immagini di un tempo che s’era fermato sul vecchio castello difeso da antiche case, adagiate sull’acrocoro roccioso, che s’innalza dal rio che lento scorre verso la selvaggia “Stretta”.
Questo era il mio paese, in un tempo lontano, alle falde di “dolomitiche alpi” da cui lo sguardo muove nell’ineguagliabile bellezza della natura che incontra boschi e selvagge gole fluviali. Pennellature sulla tela della mente, che vola ai penati che lì dormono il riposo eterno.
Questo è il mio paese, mutato in parte nella diversità dello scorrere del tempo, ma archivio di storia, alla cui forte gente è affidato il futuro. Longi è il suo nome.


Amarcord ‘50
Sulle ali della regina dei cieli  che dimora nelle Rocche s'adagia il mio pensiero e scende per immergersi nelle acque del Mylè.
Tornano alla memoria gorghi d'acqua che vien giù dalla vetta di Mangalavite ove fanciulli immergevamo i nostri corpi fuggendo dalla calura estiva e dal controllo della madre.
Antichi mulini ad acqua restituivano farina e crusca dai chicchi di “roba forte” per il salutare pane nero e per la “canigghia” del pollaio di casa.
Stretto era il sentiero che dal borgo scendeva e oltrepassando il rio s'inerpicava per giungere al campo sportivo degli amici galatesi portando il vessillo di Longi.Riportammo il due a uno della vittoria e fuggimmo tra i sassi lanciati da sopra la “Santuzza” perchè per la prima volta noi calciatori longesi in erba vincemmo l'incontro.
Giorni di un dopoguerra povero in cui riempivamo la nostra gioventù mettendo in piedi una velleitaria rappresentazione teatrale nel magazzino dei mie nonni: una recita a soggetto senza pretese e con dialoghi improvvisati che ci consentiva con le dieci lire raccolte  di organizzare una stigghiolata notturna.
Il primo amore di sguardi reciproci a distanza con corteggiamenti sotto il balcone della “Giulietta” vide il primo bacio dal sapore adolescenziale puro come le acque sorgenti nell'autunnale silenzio vespertino del “Ponte” solitario.
Venne l'esodo in cerca di pane e son trascorsi ottanta anni lunari da quando mia madre mi depose su questa vetusta terra dei miei avi ma le immagini dell'antica lastra appaiono ancor nitide cavalcando gli adolescenziali ricordi.


LA TUA TERRA
Torna alla tua terra
 dove odi il canto del gallo 
 che entra tra le fessure della finestra 
 assieme alla frescura dell'alba.
Torna alla tua terra 
 dove l'acqua della fontana
 ha il sapore pulito della sorgiva 
tra le lontane rocce.

Torna ai tuoi monti 
 dove la terra profuma dell'antico sudore
 del lavoro dei tuoi padri.
Torna alla tua casa
 dove la culla che ospitò i tuoi primi vagiti
 è ancora là nella stanza dei tuoi giovanili sogni.
Torna ai vicoli selciati
 dove sei nato tra le chiocce ed i pulcini 
che pigolavano e dove infante giocavi con i tuoi compagnucci
 sotto lo sguardo vigile della dolce nonna.
Torna alle passeggiate 
 sotto il balcone del tuo primo amore 
 ove gli sguardi furtivi 
 erano ricambiati da un tacito assenso.
Torna laddove i cento colpi 
dell'orologio ti invitavano ad affrettarti verso i banchi 
 ove il tuo maestro ti avrebbe trasmesso il suo sapere.
Torna nella valle
 dove un millenario rio 
accarezza le falde della roccia 
su cui sono adagiate le mille case 
in cui si parla “luncitanu”.
Torna nella terra  
in cui il ripetersi di eventi unici 
 ha segnato il tuo pensiero
 con le indimenticabili tipiche tradizioni.


Torna tra i tuoi monti innevati
 dove le palle di neve ed i “cannileri”
 sono rimasti scolpiti nel vissuto 
 di quei tuoi lontani spensierati dì.
Torna nel tuo giardino
 ad ascoltare il canto delle cicale 
sul fico con il suo dolce frutto già maturo.
Torna
 dove tua madre ti adagiò
 sulla terra dei tuoi antenati 
 che ti attende perchè mai si dimentica di te.



Taliannu u munnu da Crucetta

Profumu
di geusu sciurutu
nta l’aria cheta
ntornu e nostri corpi nudi
iittati ‘nto fangu du munnu.

Si ‘nfila ‘nta menti
di na settantina d’anni
u focu di l’amuri
n cerca du violu
di na ‘nticchia
di spiranza.

Viaggiaturi
n mezz’a purviri
di vecchi stiddi
sprufunnunu
nto stagnu di l’odiu
e mi cumpari
o vardianu da vita
mustrunu a vilanza
senza rriali.

Nt' a cascata sicca
sciddica
a me vita
circannu u sciumi
pi navigari.

A merla ‘nnamurata
nto boscu di nuciddi preni
senti crisciri u disiu
cu ddu ciauru di gessuminu
sparatu ‘ntornu
e appena u jornu
si susi
sciddica supra a montagna
e u bacia
supra u sessu
nmezzu a curuna
di petali ianchi.

U tramuntu
quannu è u so turnu
si ficca
tra li fogghi
du vecchiu castagnu
e manna culura di paradisu
supra a peddi nuda
di na carusa chi ‘nsunna
all’umra di so rrami.

I vurcani luntani
appuiati
supra l’unna du mari
nta la tila du celu
sparunu faiddi
ch’nvitanu a na cavarcata
pi circari
a varca d’Ulissi
chi pumicia cu ddi
bbeddi Sireni.

Iurnati senza nuddu
cu sulu sciaquiu
du me rusceddu
chi curri mmenzu
ddu filari di chiuppi
alluntanati.

L'arba
senza nuddu sapuri
i iorna
unni i crapi s’arrampicanu
senza truvari erba
unni a me arma
non trova bannera pi chiantarla
supra u pizzu di li Rocchi.

E’ pisanti
u rispiru du munnu
ca si posa
supra a genti
chi suspira pu guarimentu
di chiaghi
du corpu e di l’arma.

Cavaddi ‘nsirvaggiuti
assicutanu
ddu misiru raggiu di luna
chi mi scappò di manu
e pensu
nta stu disertu
unni l’omu ‘nfilici campanìa
pensu
a cu non avi travagghiu
pensu
a cu disia l’amuri
pensu
a cu soffri a fami.

E dumannu:
pirchì
o Signuri
ti voti di l’autru latu?
G. Z.


Verso l'eternità...

I tuoi passi
precedono i miei pensieri
verso l'infinito.
Sul vecchio sagrato ortodosso
torna ancora l'eco
delle nostre parole.


La brevità delle ore insieme
dove soltanto gli sguardi
emettevano suoni
che sapevano d'amore
ha creato un sogno senza tempo.


Se esistesse un'altra vita
su un qualche mondo
dove i nostri spiriti
potessero unirsi
possiamo dire che
il nostro amarsi
ha avuto un senso.
Pur tuttavia
i nostri pochi perduti giorni
s'incontreranno
su meteore
per cavalcare le strade del cielo.


Ma tu forse non ascolti
queste mio verbo
che aleggia sulla terra
dove gli dei greci
hanno visto
la tensione d'amore
nelle parole scambiate
tra noi.

 IL MIO PAESE


Sulle pareti delle alte cime
scolpite son le note
d'un suono guerresco
che l'udito percepisce
tra il tintinnar di scimitarre
contro temprate lame bizantine.


Nelle menti dei vecchi
risuona ancora il tuonar
di lontani cannoni alemanni
ed il pianto di madri
per la meglio gioventù
che s'appresta a difendere la Patria;
ma negli avelli vuoti
di chi non è tornato
s'ode l'ultimo sospiro: Italia.


Quando la luna cala
sorridente sulla vallata scavata
dalla millenaria forza della natura
s'ode soltanto lo sciabordio
del sonnolento rio
contro i levigati sassi
su cui ranocchi in calore
lanciano il loro gracidare.


Si spande nell'aria
trasportato dallo zefiro notturno
il canto del solitario pastore
che, tra le sue capre dormienti, sospira
i baci della sua vergine fanciulla.
C'è ancora un lume acceso
nel casolare della non lontana contrada:
una donna prepara la bisaccia del suo uomo
che prima di giorno
si dovrà incamminare
per portare a sera il pane per i suoi cari.


Nell'alta notte
un'orchestrina improvvisata
accompagna una voce
che gorgheggia antichi canti paesani.
Due canali d'acqua
di lontane sorgive
tolgono l'arsura nelle scorrerie notturne
della bella gioventù
che s'immerge nella fredda vasca.


Le luci notturne ancora accese
disegnano il contorno d'una stella
che s'adagia sulla roccia che accolse
i disperati esuli
che fuggivano dalle armi saracene.


Quì non s'ode il grido di chi
tra terre e mari ostili
impreca alla avversa sorte.
Quì non s'ode il fragore
di motori sulle strade assolate
cariche di tossine.
Quì si vive la tranquilla esistenza
d'un borgo tra i monti
della calda terra di Sicilia.
Quì si beve la fresca acqua di sorgente
quì si respira l'incontaminata aria delle alture.


Quì si crede nella pace
e si praticano gli antichi valori
che i padri e le madri
hanno trasmesso alla loro discendenza.
Quì c'è il rispetto degli anziani
che nei caldi meriggi estivi
si soffermano a dialogare
sotto il sagrato dove l'alto campanile
spande la sua ombra proiettata
dal sole all'occaso.


Quì a primavera tornano le rondini
cercando il vecchio nido
e sul davanzale appena giorno
si posano i passeri che cinguettando
danno il buondì.
Qui è dolce distendersi sui prati
all’ombra dei secolari faggi
mentre i raggi del sole al tramonto
filtrano tra i rami del vecchio bosco
colorando un melodioso ruscello
quando su un ramoscello di agrifoglio
si posa il canto dell’usignolo.
Quì aspirano le native menti
che vivono in terre lontane.




L’antica Bonaiunta
ci offriva
l’aroma delle more
sui roveti di sempre
e noi lo offrimmo
alle nostre labbra
desiose d’amore.
Lontano,
campanacci
di capre verso l’ovile
ci annunciavano l’imminenza
del buio serale.
Ci adagiammo
sul prato raso
sotto i gelsi
nel declivio
del casale abbandonato.
Ascoltavamo il tramonto:
nei nidi pigolavano
i piccoli
in attesa dell’ultimo boccone
di quel dì;
s’attardava sui fichi maturi
l’ingorda cicala.
Un grillo irriverente
si posò tra i tuoi capelli
e ti stringesti a me
impaurita.
Saltellava la rana
verso il vicino abbeveratoio;
seguìta dal merlo
s’inserì nel fondale
il cicaleccio di una gazza .

Nell’avanzare della sera
la luna
si mise ad occhieggiare
sui nostri sussurri
tra lo spirare delle fronde
guardiani dei nostri ardori.

…avevamo solo diciott’anni


Fu una breve notte d’amore
dai contorni incompleti.
In quegli anni
le inibizioni erano
dentro di noi.


Promesse
tra le carezze dell’amore
accompagnarono
il nostro sogno
in quell’antico sito.

Il sogno dei diciott’anni.


Partimmo
in autunno
per il dovere verso il sapere.

Avevo due bimbe accanto
quando
dopo dieci anni
tornai al borgo.
Anche tu eri mamma.

Sono fuggiti cinque volte
i decenni
ed ho voluto rivedere
il prato
i gelsi
la chiesetta
ed il casale
di Bonaiunta.
Quanto tutto è cambiato!
Ma le more
che io colsi ancora
mi riportarono
a quel tramonto
a quella notte.
Le tue labbra non c’erano.
ma scopersi
di amarti ancora.





LONGI. LA SUA STORIA IN BREVE

di Gaetano Zingales
LE ORIGINI
Considerando le varie ipotesi e valutando le diverse tesi, concordo con il compianto professore Don Gaetano De Maria quando sosteneva che il grosso concentramento umano della “Chora Demennon” è da individuare nella località, in territorio alcarese, denominata ancor oggi Lemina, e che il suo nucleo abitato era chiamato Demenna, mentre il relativo kastron – allora indicato di S. Maria ma oggi segnalato topograficamente come paleocastro di San Nicola– era ed è nell’attuale territorio di Longi .
E' altresì da annotare che, dopo la distruzione di Demenna ad opera dei Saraceni, la popolazione scampata all’eccidio – i soldati bizantini, impropriamente intesi latini o romani (ma non romani di Roma) sol perchè provenienti dall’Impero Romano d’Oriente, di stanza al Castro di S. Maria ( o di San Nicola), ed i demenniti (greci) – si divise in diversi gruppi: alcuni si diressero ad Alcara, già esistente, altri verso destinazione ignota. I pochi documenti in materia dicono che avrebbero fondato, nel tempo , i centri abitati di Longi e di Frazzanò.
E’ convinzione di qualche morfologista - e questo è un fatto nuovo - che gli abitanti della contrada del Comune di Galati Mamertino, San Basilio, presentino caratteri somatici, relativi all’aspetto strutturale e formale, dissimili dagli abitanti del centro di cui, dal punto di vista urbanistico, fanno parte. Essi hanno parecchie affinità con la gente la cui religiosità faceva riferimento ai basiliani: ne è un segno preminente il toponimo dato al loro agglomerato urbano, nonché la festività, la più importante ancor oggi, dedicata al fondatore dell’Ordine dei monaci basiliani: l’orientale San Basilio Magno. D’altronde, il loro sito era una dipendenza, non lontana da essa, della grancia del monastero basiliano di S. Pietro di Muely. Conseguentemente, una quota della discendenza degli esuli di Demenna potrebbe essere assegnata, quindi, ai "sanbasiloti (o sammasiloti)" (così vengono comunemente definiti e non galatesi).
Francesco Rizzo (ma lo afferma anche il Morelli) scrive: “…ora siccome la popolazione di Crastus (secondo alcuni autori così veniva chiamata la città distrutta dai musulmani; Demenna venne riscoperta con la Cronaca di Monemvasia, n.d.r.) era distinta in due rami etnici ben diversi, e cioè i Greci ( i demenniti) ed i Latini (i bizantini dell’Impero Romano d’Oriente), questi ultimi varcarono la cresta del monte e scesero verso il versante orientale, fermandosi per qualche tempo nella località chiamata San Nicolò (vicino alla contrada Filippelli) poi scesero più a valle nella grangia sovrastante il torrente Fitalia e costruirono un centro abitato protetto” da una serie di forti dislocati lungo la cresta sovrastante il detto fiume.
Viene riferito che “i villaggi e i centri minori per motivi di economia e di pericolo continuo si svilupparono velocemente sul modello del “CASTRUM BIZANTINO” ovvero un gruppo di case-torri affiancate una all’altra in modo da formare una corona fortificata le cui mura esterne sono di fatto le pareti delle case; questi CASTRUM vennero edificati solitamente su alture, su colline, sulle antiche acropoli, sulle coste sfruttando i dislivelli come terrazze per elevare le abitazioni dal livello strada, le costruzioni avevano un aspetto ermetico con poche aperture all’esterno mentre l’interno era elegante e razionale illuminato spesso da piccoli cortili”. Da questa tipicità difensiva, quindi, ebbe derivazione il nome primitivo di “Castrum Longum”, cioè edifici-fortezza costruiti su una lunga fila. Tutto questo rafforza ancor più la tesi che i fondatori ed i primi abitatori dell’odierna Longi sono stati i bizantini-demenniti, sfuggiti al massacro saraceno. Nel tempo, Castrum Longum viene modificato in Longium, poi Longus, indi Castel Lungo, anche Alongi ed, infine, è chiamato Longi. Forse ci si fermerà qui. Tranne che, riducendosi a piccole contrade per la massiccia emigrazione giovanile, i tre comuni dell'Unione non decidano di darsi, divenuti borghi al pari di Capri Leone, una nuova denominazione: magari Demenna, "risorta", considerato che le origini genetiche della gente sono comuni e comune è il sentire religioso ed il loro "modus vivendi".
Facendo un passo indietro, l’arrivo presso “la grangia (dipendente anch’essa dal Monastero di Fragalà o di Demenna) sovrastante il torrente Fitalia” avvenne, però, in due tappe: lo stazionamento, prima, in contrada San Nicolò, la fuga - dopo un paio di secoli - verso valle per dare vita al centro urbano che sarà- come detto - la futura Longi.
Nel piano di San Nicolò costruirono una chiesa dedicata a S. Pietro, che diede, in seguito, la denominazione alla omonima contrada: il posto divenne una grancia governata da un monaco alle dipendenze dell’Abate del Monastero di S. Filippo di Fragalà. Nei pressi della chiesa avrebbero realizzato, tra l’altro, un palmento (la zona era vocata all’impianto di vigneti) ed un opificio per ricavare il filo dalla pelle degli animali, ovviamente in Filipelli, laddove insistevano animali da pascolo.
Il pianoro di San Nicolò, ahimè, è stato investito da grossi massi franati dal monte sovrastante ed interessato da uno smottamento del terreno: tant’è che la chiesetta di S. Pietro scivolò verso valle. Alla zona, denominata “angara”(ammasso di pietre) di Santu Petru", malgrado il lungo tempo trascorso, è rimasta aperta la grossa ferita, un crepaccio, inferta dallo scivolamento del pianoro verso il basso. Nell’area circostante sono stati trovati dei reperti, pietre squadrate che potevano fare parte dello stipite della chiesetta. Uno studio geologico del luogo ci potrebbe dire molto di più. La colonia degli esuli, che ha sostato – probabilmente per alcuni secoli- a San Nicolò, prima di trasferirsi definitivamente nel bassopiano dove ebbe a fondare l’attuale Longi , chiamava quest’ultima contrada “ la Craparia”, cioè luogo di ricovero per le capre, ma anche di pascolo. La conoscenza di questi accadimenti mi viene dal racconto orale, trasmesso nei secoli, di lucidi ottantenni, che l'hanno avuto tramandato, a loro volta, dai loro nonni e costoro dagli antenati , e così via indietro nel tempo.
Per notizia correlata, è opportuno informare i lettori che, attraverso studi strutturali effettuati dall’Architetto Franco Brancatelli, emergerebbe che la Chiesa Madre di Longi, realizzata nel 1500, sarebbe stata sovrapposta ad una preesistente costruzione del 1300; pertanto, è congetturabile che l’attuale centro urbano abbia visto la luce tra i secoli XIII e XIV . Simile ipotesi trova supporto nel fatto che la popolazione di cui parliamo era fortemente religiosa, grazie alla presenza dei basiliani, per cui, contestualmente all’insediamento nel sito, poichè era sentita la necessità di un luogo di culto, si diedero da fare per realizzarlo. La qual cosa sarebbe avvenuta appunto intorno al 1300.
I primi feudatari
Carlo d’Angiò, subentrato agli Svevi, nella riorganizzazione territoriale ed amministrativa della Sicilia, trasforma, intorno all’anno 1277, il dominio di Longi in feudo e lo assegna ad un suo parente, il barone francese Bernardo Grancio. E ciò sino ai Vepri siciliani. Cacciati gli Angioini, dopo un periodo confuso, vediamo, nel 1282, sul trono di Sicilia Pietro d’Aragona. Il quale invia Marco Cachiolo, quale Commissario, a Longi ed a Galati per esigere l’incasso delle imposte e ratifica l’elezione di G. Raticus e P. Calimeri a Giudici del casale di Longi. Nel 1283, il Re aragonese spedisce una lettera al Baglio ed ai Giudici di Longi e Galati affinchè arruolino 25 arcieri. Ed ancora, impone all’Università (Comune) di Longi e Galati di versare all’arcivescovado di Messina quanto dovuto in vettovaglie e moneta.
Tra i proprietari del Casale di Longi – tale ancora era nel XIII secolo- annotiamo alcuni baroni al seguito delle dinastie succedutesi sul trono della Sicilia, la normanna-sveva , l’angioina, l’aragonese e cosi via.
I nobili Aidone da Parma e la moglie Contissa lo trasmisero alla figlia Isolda, andata sposa a Bernardino de la Grange; costoro, passati dalla parte del nemico, non misero più piede a Longi, che venne tenuto da Riccardo di S. Sofia. Avendo tradito anche questi il re, Giacomo, reggente dell’infante aragonese Federico, concede il Casale di Longi a Riccardo de Loria, fratello di Ruggero, Ammiraglio del regno di Aragona e di Sicilia. Nel 1296, anno dell’incoronazione di Federico II, sembra – è d’obbligo questo termine dubitativo - che il feudo di Longi - con “eius castro” (questa precisazione di annessione di un “immobile” dimostra che esisteva una preesistente fortezza)- sia stato assegnato a don Blasco Lancia Miles. E’ certo, però, che i Lancia iniziano a dominare il territorio longese nell’ottobre del 1302
Da Ernesto, duca di Baviera , soprannominato “il Capitano della grande lancia” – da lì il cognome – essendo stato un valoroso condottiero, ha origine la famiglia Lancia, che, in Sicilia, inizierà la sua presenza con Bonifacio d’Anglonica, padre, tra l’altro, di Bianca, amante prima e moglie poi, dell’imperatore Federico II, di Sicilia. Bianca è la zia del primo Signore di Longi, Corrado Lancia. Siamo già nel XIII secolo e la presenza dei Lancia, a Longi, segue le alterne vicende politiche siciliane dell’epoca.
Nel 1302, i Lancia , quindi, diventano feudatari di Longi e vi durano sino al 1692, essendosi estinto il ramo con Flavia Lancia, figlia di Pietro. Prima della sua morte, Pietro Maria Lancia, non avendo avuti figli maschi, riunì le ossa dei suoi antenati e li seppellì in una cripta ricavata sotto il coro della Chiesa Madre di Longi. La lapide, che coprì i resti dei baroni Lancia, porta la scritta : << Don Petrus Lanza, Longi Baro ac familiae, caput e ducibus Bavariae ortae maioru hic reduscit composuit tumulavit Anno DNI 1652>> ( libera traduzione: “Don Pietro Lanza, Barone di Longi e della casata, signore discendente dai principi di Baviera, raccolse le ossa degli antenati e qui le tumulò” ). Con il barone Pietro aveva fine il casato dei Lancia o Lanza del ramo longese.
Una notizia riguardante i feudi baronali: il più esteso risultava quello della “Foresta della Porta vecchia”, il quale ai giorni nostri risulterebbe compreso tra i comuni di Bronte, Longi e Tortorici. Il feudo, si presentava composto da sette “marcati” e rimase indiviso fino al 1449, anno in cui le famiglie proprietarie procedettero ad una spartizione. Quattro marcati, le contrade Triarie, Botti, Foresta Vecchia, Mangalaviti, tra Randazzo, Bronte e Longi, finirono nelle mani dei Santangelo; i rimanenti tre, Cartolari, Barrilla, Acquasanta, insistenti su porzioni di territorio a nord di Randazzo, tra Longi e Tortorici, andarono ai Paternò, i quali li cederanno nel 1507 a Blasco Lanza, barone di Mojo. La famiglia Lanza, di anno in anno, acquisiva sempre più estesi territori.
I Lanza di Longi, lungo i tre secoli di loro dominio, trasformarono il casale in castello feudale. Era, quindi, una fortezza (“oppidum”), costruita per la difesa e l’avvistamento, tant’è che le sue mura, nella parte più antica, superano i due metri e mezzo di spessore. Allora, era isolata, libera da case attorno, essendo appunto un fortilizio. Era attrezzata con locali sotterranei, destinati alle carceri baronali. Solo nel ‘600 divenne casa nobiliare: vennero costruiti saloni affrescati, si acquistarono arredi sontuosi, divenne un centro di documentazione storica: di tutto ciò non esiste più niente: “ignoti ladri, sul finire del secolo scorso, asportarono nottetempo tutto ciò che di valore esisteva in quella dimora gentilizia”, come ebbe a dichiararmi l’ultimo proprietario, il Marchese di Cassibile. Tra l’altro, si trattava di oggetti di antiquariato di notevole valore. Anche se in piena notte, possibile che neanche una persona sia stato svegliata dal tramestio derivante dal caricare il/i mezzo/i di trasporto? Misteri!...O no?
Nel 1570, al suono della campana della “Universitatis Terrae Longis” , i cittadini vennero convocati nella piazza pubblica per procedere alla elezione di alcuni Giurati, che li dovevano rappresentare nella stesura dei “Capitoli di concordia tra l’Università di Longi (la Comunità longese) e il Barone di detta terra”. Erano presenti l’estensore dell’atto, il notaio galatese Nicola de Rubeo ed il Barone don Francisco Lanza, assistito dal nobile Pietro Lando (genitore di P. Tommaso – al secolo Paolo- Lando o Landi?).
Come cronaca pettegola, annotiamo che un Valore Lanza fece ipotecare, nel 1403, terra e castello per potere dotare la figlia, ma, successivamente, li vediamo infeudati a suo figlio Blasco. Precedentemente, ad un Manfredi Lancia, nel 1345, re Ludovico aveva dato in dono il feudo di Bronte, che comprendeva il Castello di Maniace (o meglio, l’Abbazia di S. Maria di Maniace). La quale, com’è noto, da Ferdinando di Borbone, alcuni secoli dopo, verrà regalata all’ammiraglio inglese Orazio Nelson per l’aiuto che egli diede al Re delle due Sicilie, in occasione della Rivoluzione Napoletana contro il monarca. La tenuta divenne l’immensa Ducea di Nelson, confinante con le terre di Barillà. Le storie locali tramandano che i Lancia perdettero castello e feudo perchè uno di loro – forse Manfredi stesso - se li giocò a carte.
I primi e più importanti feudatari di Longi furono, dunque, i baroni della famiglia Lancia. Dopo la morte, senza eredi maschi, dell’ultimo Lancia, Pietro Maria, il possedimento passò a Silvestro Napoli Lanza ed, indi, ai successori di questi.
Lanza (in alcuni documenti Lancia), nobile e antica famiglia siciliana di lontana origine bavarese. Stirpe imparentata con la Casa reale di Svevia, in quanto Bianca Lanza (o Lancia) andò in sposa all'imperatore Federico II del Sacro Romano Impero. Nei secoli la famiglia ha accumulato in Sicilia le signorie di sette principati, di due ducati, di due marchesati e di una trentina di baronie, solo per citare le principali.
Dopo i Lancia, sedettero sul trono baronale di Longi i Napoli ed i Loffredo- D’Ossada- Cassibile.
IL CASTELLO
Il Casale di Longi, nei secoli successivi, subì diverse trasformazioni , sino a divenire un “palazzone” residenziale per i baroni di Longi.
Nella Chiesa annessa al castello medioevale, esiste un prezioso dipinto dell’ “Incoronazione di S. Caterina di Alessandria”. La chiesetta è stata restaurata dalla Banca di Credito Cooperativo “Valle del Fitalia “ di Longi, proprietaria anche del Castello Medioevale.
. “Il palazzo fortificato che oggi è pervenuto a noi non è altro che il risultato finale di molti accostamenti alla fortificazione originaria che è servita a rendere la dimora baronale, (fino al 1658) la più dignitosa possibile a personaggi quali i Lanza che occupavano un ruolo di prestigio nel parlamento del vicereame di Sicilia. Infatti, 1a maggioranza delle strutture murarie in pietrame e malta è anteriore a1 1658, anno della morte di Pietro Maria Lanza, senza eredi maschi; la figlia Flavia, sposa di Gaspare Napoli, di Troina, diventa Barone di Longi. Inizia da questo momento una lenta degradazione de11’intero «Castello» poiché molto probabilmente Flavia Lanza preferisce dimorare in casa del marito così come i suoi discendenti. Ad avvalorare tutto ciò viene il passo che si può leggere nel <> redatto nella meta del sec. XVIII ove dice testualmente:« ci ha eziandio uno ospizio pei minori dell’ordine Basiliano ed una rocca in ruina »
Dall’analisi delle pitture murali ancora ivi conservate e dall'impianto strutturale rimasto, si può certamente ritenere che 1’intero complesso è stato recuperato e ristrutturato in modo radicale verso la fine del ’700, i cui lavori furono portati a termine probabilmente da Maria Napoli Stazzone, figlia del1’u1timo Barone investito regalmente (Bernardo Di Napoli-Papardo).
UN ECCIDIO DEL XVII SECOLO
I baroni trucidati dai banditi
La memoria orale racconta che il territorio era infestato dai banditi, i quali, provenendo dall’interno del feudo, appena apparivano da Ceramo in vista del paese, suonavano il corno per avvisare i cittadini della loro presenza ed indurli, quindi, a rintanarsi nelle loro case per non essere visti nelle loro scorrerie e ruberie. Si parla di un’agghiacciante tragedia avvenuta ai danni della coppia dei proprietari del castello per opera di una banda di predoni: il barone fu denudato e cosparso di lardo incandescente ed olio caldo, mentre la baronessa ebbe le mammelle tranciate dal pesante coperchio di una enorme cassapanca. Morirono tra stenti indicibili. Per vendetta? Atto di killeraggio, visto che si parla di cassapanca, dove si conservava il grano, per mancato pagamento del pizzo? La storia locale parla di una vendetta da parte di un uomo, cui i baroni uccisero l’innocente figliolo, al servizio dei signori. Il duplice omicidio, dalla cronaca corrente, venne attribuito al feroce bandito Testalonga, che mozzava le orecchie e il naso alle sue vittime, che si diede alla macchia vivendo di estorsioni, di furti di mandrie e che applicava la legge del taglione: ricatti e sequestri furono le sue armi più usate per colpire potenti e ricchi commercianti. Il “Robin Hood siciliano” operò, con i fatti di sangue attribuitigli, dal 1765 al 1767, mentre Giuseppe Napoli, barone di Longi, visse dal 1735 al 1787. Non resta, quindi, che scoprire i veri protagonisti dell’evento citato: impresa non facile. C’è da dire, però, che il Castello venne abbandonato a cavallo tra il XVI ed il XVII secolo. Probabilmente per questa tragedia. Tornò ad essere abitato verso la fine del millesettecento.
Longi nel medioevo ed oltre
Il regime feudale fu instaurato dai Normanni. Il Barone di Longi , in tempo di guerra, forniva al Re il “frodo” – frumento, orzo, montoni, porci, vacche e vino - per vettovagliare l’esercito. Ma, attraverso l’ ”adoa”, il servizio militare poteva essere convertito in denaro. Si faceva altresì l’obbligo – angariae - agli abitanti di prestare la loro opera per costruire e riparare le fortezze e le muraglie. I militi in servizio per la Guardia Nazionale erano sette, mentre, per la mobilitazione, Longi doveva essere presente con sessanta soldati più sessanta di riserva: in pratica, una mini-compagnia militare formata da tutti gli uomini abili, considerata la presenza, all’anagrafe dell’epoca, di circa cento famiglie.
Presso l’ospizio basiliano, i monaci offrivano ospitalità e praticavano l’assistenza agli infermi. Altra bellissima usanza era quella di coprire gli sposi, sui gradini dell’altare, per sottrarli allo sguardo della folla, con un velo di seta bianca, detto “pallium”, quale segno di castità. Questo, allora! Se poi gli sposi volevano avere benedetto l’anello nunziale, dal Vescovo, dovevano pagare un tarì.
Il Consiglio comunale era formato da cinque persone ed era presieduto dal parroco, che lo convocava presso la Chiesa Madre. L’Universitas – l’antico Comune – era affidata per la sua gestione ad un baiulo nominato dal barone; i suoi compiti erano quelli dell’esercizio dei poteri di giustizia e di amministrazione ed era coadiuvato da un giudice e da un maestro notaro. “Homines jurati” era il loro appellativo ed insieme formavano la corte baiulare . Dal Re Federico III, nel 1324, vennero sanciti i loro compiti: “spendere per comune utilità gli introiti, mettere le mete alle cose venali, sorvegliare i pesi e le misure dei venditori, impedire che si fabbricasse in luogo comunale, riunirsi ogni venerdì per esaminare e decidere sugli affari dell’Universitas……, far nettare la città, provvedere agli edifici che minacciavano rovina, conoscere e decidere controversie sulle gabelle comunali, sulle siepi, confini e divisioni delle vigne, delle case e di altri possessioni”. Allora, come oggi? La “domus iuratorum”, realizzata molto tardi, custodiva le scritture; prima, venivano depositate nell’archivio della Matrice; in entrambi i casi, si perse tutto: per incuria, per strafottenza e per ignoranza delle “necessità storiche e culturali”.
Per le cause civili e per i crimini il potere era in mano ai baroni, i quali esercitavano anche la “gladii potestas”, che consentiva loro di elevare “furcas et perticas”; ancor oggi, il relativo sito longese viene rammentato come Piano della Forca, nei pressi di Bonaiunta.
Esistevano tre Monti frumentari, la cui funzione era quella di limitare i disagi dei consumatori nell’acquisto del grano. Questo cereale veniva comprato quando il prezzo era meno caro, indi immagazzinato e distribuito ai contadini per la semina. Costoro lo restituivano al Monte con un modico interesse – misura colma anziché rasa – per sopperire alle spese dello stabilimento. Nel 1781, il Re Borbone Ferdinando II dispose di assegnare a questi enti gli spogli dei vescovi e le rendite dei beni vacanti.
Leggo anche, da documenti vari, che erano stati fondati due istituti: l’uno per la distribuzione del pane ai poveri e l’altro per l’istruzione dei soli uomini (sic!): probabilmente, la cultura somministrata si fermava nel sapere leggere e scrivere. Infatti, sino a qualche secolo addietro, molti non conoscevano i rudimenti di un’istruzione scolastica. Le donne del XVII secolo e di quelli precedenti dovevano rimanere …”ignoranti”…! Benvenuta civiltà!
Quando il barone passava “a miglior vita”, si formava un corteo che dal Castello si recava, per nove giorni consecutivi, in chiesa per partecipare alla messa in suffragio del defunto. Per siffatta cerimonia, i cittadini che partecipavano al corteo ricevevano le vesti da lutto dalla cassa del Comune o da quella del barone.
Tutti gli uomini, ad eccezione dei pubblici ufficiali e degli ecclesiastici, traevano la loro qualifica dal terreno posseduto o coltivato: “burgenses” – abitanti dei borghi – erano i proprietari di terreni , mentre i villani che coltivano la terra ed i servi facevano parte di un elenco denominato “platiatavole”.
L’industria, rappresentata dalla lavorazione della canapa e del lino tramite appositi telai, era concentrata nella corte feudale, nelle abbazie, nelle masserie e nelle case dei borghesi e vi lavoravano i servi per conto del domino. Il villano che lavorava a giornata era indicato col termine “affannaturi”. Non occorrono spiegazioni!
I forni per la vendita del pane al pubblico erano di proprietà baronale così come i mulini e le neviere; questi ultimi “opifici” venivano dati anche in affitto.
Nell’agricoltura era fiorente la coltivazione dei cereali, la raccolta delle castagne e dei gelsi (le cui foglie servivano per l’allevamento del baco da sete), la cura delle viti. Questi prodotti, soddisfatte le esigenze familiari, venivano anche esportati.
Calamità, carestie e rivolte
Tra il 1491 ed 1519 si ripeterono siccità d’acqua e gelate che distrussero i raccolti e provocarono stragi di bestiame. Non mancarono le alluvioni. Questi eventi calamitosi colpirono i ricchi proprietari ma soprattutto i poveri, i contadini e gli artigiani ed a cagione del malessere economico diffusosi, nel 1516, la popolazione si rivoltò.
Nonostante tutto, sorsero tre mulini ad acqua ed un drappificio.
L’usura era una pratica diffusa ed i debiti investirono parecchia gente: molti avevano soltanto “pedas et dentes”. Il malcostume politico si allargava a macchia d’olio: misteriosa è la donazione fatta, dal Barone di Longi e di Cianciana, Antonio Lanza, di circa 190 ettari, in Cianciana, al Notaro P.P.Mignia del regio tribunale per le cause delegate.
In quegli anni, quattro Sindaci dell’Università, in lite con il Signore del luogo, chiesero ed ottennero le salvaguardie ed il diritto di farsi accompagnare da uomini armati (l’odierna scorta). Il provvedimento venne invocato contro il barone Antonino Lanza ed il figlio Pietro.
A causa del propagarsi del brigantaggio, nel 1516, il Vicerè spagnolo fu costretto ad usare la maniera forte e conferì l’incarico di Capitano d’armi a Francesco Ventimiglia, membro della potente famiglia siciliana di nobile retaggio. L’ordine era di reprimere banditi, facinorosi, omicidi e ladri in metà provincia di Messina, tra cui Longi, e mezza provincia di Catania. Le pene inflitte consistevano nella decapitazione o in battute di corde.
La peste
Nel 1918, la pestilenziale “spagnola”, nell’arco di tre anni, depauperò la popolazione longese mietendo parecchie vittime e non distinguendo tra ricchi e poveri.
Novanta anni orsono, mentre si consumavano gli ultimi fuochi della prima guerra mondiale, milioni di uomini e donne furono vittime della cosidetta “spagnola”, che cominciava con i sintomi di una normale influenza. Il morbo divenne virulento, in Sicilia, tra l’agosto 1918 e il marzo 1919. Fu un’ecatombe di giovani , tra cui molte donne; alcune di queste – si racconta – riuscirono a salvarsi, mentre erano a letto ammalate, col sopravvenire del flusso mestruale. La malattia stroncò la vita nel mondo a ben 100 milioni di persone. La Spagnola- viene affermato da Barry in una sua ricerca – uccise in un anno più persone che la Peste Nera del Medioevo in un secolo e, in 24 settimane, quanto l’AIDS ne ha ucciso in ventiquattro anni” (estratto da La Repubblica del 30-7-2008).
Sono ricorrenti nella storia i periodi pestilenziali o di colera.
Non si hanno notizie di ciò che accadde negli anni 1347/48 tra la popolazione del nascente borgo longese. Ma c’è una presenza significativa verosimilmente apparsa in quei ciclici ritorni del terribile morbo. Durante le frequenti epidemie successive al 1348, si diffuse anche il culto di San Rocco. Egli, mentre si recava in pellegrinaggio da Montpellier a Gerusalemme, facendo sosta a Roma, s’imbattè nella Peste Nera. Per alcuni anni assistette i malati della città facendo guarigioni miracolose che diffusero la sua fama. Rientrando a Montpellier, nei pressi di Piacenza, fu colpito dalla nera malattia: con l’aiuto di un cane e di un angelo vi sopravvisse. Invocato nelle campagne contro le malattie del bestiame e le catastrofi naturali, il suo culto si diffuse straordinariamente nell'Italia, legato in particolare al suo ruolo di protettore contro la peste.
Quando ebbe inizio, a Longi, il culto di questo santo, la cui statua col cane è presente nella chiesa madre? In quegli anni pestilenziali? Purtroppo, non esistono documenti al riguardo ma possiamo ipotizzare che anche a Longi l’epidemia mortale fece la sua ciclica comparsa nel corso dei secoli.
La frana
Il 15 marzo 1851, una grossa frana di terra e grandi massi s’abbattè sulla parte alta di Longi travolgendo tutto ciò che incontrava sul suo cammino: un centinaio di case, stalle ed animali. Dalle rovine, il paese venne privato: a S. Maria, del convento-“grancia” basiliano e della chiesa ove si venerava l’effige della Madonna di Montserrat; della chiesa del San Salvatore e, nel rione Borgo, di quella della S.S Annunziata, peraltro già lesionata dai passati terremoti. Quest’ultima venne “trasferita” in contrada “Jardinu”, su un terreno donato dalla Baronessa Maria Calcagno D’Amico. Costei, in seconde nozze, sposò il Generale piemontese Antonio Moriondo, al quale venne intestata la piazza antistante. Mi sia consentito chiosare che essa avrebbe dovuto portare il cognome della Baronessa Maria Calcagno, proprietaria e donatrice del terreno. Ma, allora, in casa i pantaloni li portavano gli uomini…Moriondo, un garibaldino, venuto dal Piemonte alla conquista della Sicilia, venne “onorato” in un paese a lui straniero. Sarebbe il momento di dare questa dignità a colei che è stata, allora, la Baronessa di Longi. Si dimenticano, invece, coloro che, a Longi ed in Italia, onorarono, con il loro cognome, la patria natia.
A seguito della frana, in parecchi dovettero sfollare nei paesi vicini, laddove il loro cognome, tipico di Longi, ne indica il paese di provenienza.
Nei decenni recenti, l’espansione urbanistica del paese si estese, in gran parte, sulla sedimentazione di quel terreno, oggetto della frana sopra descritta. L’agglomerato antico, invece, era stato costruito su una robusta roccia, che s’affaccia sul fiume Milè (o Fitalia).
Negli anni novanta del secolo scorso, a seguito delle segnalazioni da parte di alcuni cittadini per lesioni nei muri del paese, nella qualità di Sindaco del paese, chiesi un sopralluogo geologico alla Provincia regionale di Messina. Il geologo dell’ente pubblico stese una relazione attraverso la quale mise in evidenza il sovraccarico che si è venuto a determinare sulla roccia fluviale sul cui pianoro giacciono le antiche case. La relazione si trova agli atti del Comune.
Un progetto per opere a difesa del paese, durante la mia gestione amministrativa, proposto dalla Giunta in carica all’approvazione del Consiglio Comunale, non ebbe fortuna. L’area di S. Maria è definita tecnicamente come zona soggetta a rischio di dissesto idro-geologico.


Santa Maria di Monserrato
S. Maria di Monserrato è il nome di una chiesa longese che oggi non esiste più. La sua amministrazione era gestita in epoca relativamente recente, cioè nei secoli XVII-XIX, dai monaci di San Filippo di Fragalà, il monastero normanno di Frazzanò la cui storia è ricostruibile dalla fondazione (XI secolo) all’esproprio (seguito alle leggi eversive postunitarie) grazie a un ricco corredo documentario oggi conservato presso gli Archivi di Stato di Palermo e Messina. )
In un inventario redatto nel 1854 la chiesa di S. Maria risultava già diruta a causa di una rovinosa frana che travolse tra l'altro «quanto era rimasto dell'antico convento basiliano in contrada S. Maria». Il nome della contrada corrisponderebbe dunque, come spesso accade, al toponimo per indicare la posizione della chiesa di S. Maria di Monserrato all’interno del territorio longese.
Importante quesito: che ci faceva una chiesa della Madonna di Monserrato tra i Nebrodi? Come è possibile cioè spiegare a Longi - si è chiesto la dott.ssa Shara Pirrotti- la presenza di un culto spagnolo? La plausibile risposta datasi è la seguente. Il culto alla Vergine di Monserrato deve infatti ricondursi alla miracolosa statua ritrovata in Catalogna nel I secolo d. C. a 725 m d’altezza nella grotta del monte Montserrat dove fu in seguito eretto il monastero benedettino intitolato alla Madonna.
Come sia arrivato questo culto dalla Catalogna a Longi, unico centro in Sicilia ad averlo documentato, è spiegabile solo per l’influenza di un gruppo più o meno numeroso di immigrati spagnoli, che trasferirono e affermarono nell’area dei Nebrodi la devozione verso il più importante emblema della loro fede e cultura verosimilmente dopo il 1282, quando i Vespri posero fine alla dominazione angioina e aprirono la lunga epoca della dominazione spagnola in Sicilia.
Ed il sottoscritto aggiunge. Ebbene, facendo una carrellata dei Signori e dei Feudatari di Longi, leggiamo che Riccardo di Lauria o de Loria era il padre di Ruggero, il Grande Ammiraglio siciliano al servizio dei sovrani aragonesi, fra i più celebri del suo tempo. Nel 1291, il re Federico d’Aragona concede a Riccardo, per i servigi militari resigli, tra gli altri beni, il castello di Galati ed il casale di Longi. Ai suoi titoli nobiliari, Riccardo aggiunge quindi anche quello di barone di Ficarra divenendo, pertanto, Signore delle terre di Longi, che facevano parte della baronia ficarrese. Riccardo di Lauria sposò, in seconde nozze, Bella Amico, dalla quale ebbe una figlia, che sposò Corrado Lancia, divenendo ,tra l'altro, anche barone di Ficarra. Ritengo, pertanto, che la presenza della Madonna di Monserrat, a Longi, sia da "imputare" al ceppo della famiglia di Riccardo di Lauria- Bella Amico e della figlia che sposa Corrado Lancia, capostipite dei baroni di Ficarra e che fu feudatario di Longi. Con questa dinamica di successioni si potrebbe giustificare la presenza della Madonna di Monserrat a Longi. Aggiungo che, durante la presenza degli aragonesi in Sicilia, molti spagnoli sbarcarono sulle coste sicule al seguito dei conquistatori; è molto probabile, quindi, che qualche notabile spagnolo, facente parte della piccola corte dei baroni di nomina aragonese, si sia installato a Longi. Certo, supposizioni. Ma tuttora, a Longi, esiste un cognome dall’accento spagnoleggiante! In cima al portale dell’antica casa Zingales – cognome di origine spagnola- è incastonato uno stemma; é verosimile che sia appartenuto al nobile dello stesso cognome, trasferitosi a Longi al seguito del feudatario De Loria quale facente parte della sua corte. Potrebbe essere una prova testimoniale del culto alla catalana Madonna di Montserrat voluto dagli spagnoli aragonesi stabilitisi a Longi. Peraltro, la famiglia Zingales, proprietaria dell’abitazione suindicata, non annovera parentado nel paese; gli altri con lo stesso cognome derivano da Zingali o Zingale, ai quali, nei secoli trascorsi, per analogia o per semplificazione, l’anagrafe comunale ritenne “opportuno” uniformare il cognome familiare. Questa conoscenza mi viene da racconti tramandati dai miei antenati.


Fatti e misfatti accaduti durante il “regime “
All’inizio del secolo XX , a Longi, si fronteggiavano due schieramenti politici: da una parte, i Monarchici, capeggiati dal Duca Loffredo D'Ossada e dal Colonnello Antonino Guarnera; dall’altra c’erano i Democratici Nazionalisti. Nella prima fase, il nazionalismo italiano si presentò come movimento delle classi borghesi in ascesa, denominato Associazione Nazionale Italiana, sostenuto soprattutto da intellettuali e letterati, fra cui Giovanni Verga, Giosuè Carducci e Gabriele D'Annunzio. Successivamente divenne una delle componenti essenziali del fascismo e diede luogo all'esaltazione dello Stato. A Longi, i democratici nazionalisti facevano capo ai fratelli Zingales, otto maschi guidati dal dott. Angelo, laureato in Chimica farmaceutica e Agronomìa, che, in precedenza era stato Sindaco del paese per due volte ed una volta Commissario Prefettizio.
Nel 1922 Benito Mussolini diventò Capo del Governo e, nel 1924, con l’assassinio di Giacomo Matteotti, dette inizio alla sua dittatura, attribuendosi anche il titolo di Duce. Siamo, quindi, in pieno periodo fascista. Plana a Longi un forestiero per insegnare, nelle frazioni, attraverso la scuola rurale istituita (appositamente per il soggetto?) dal regime in carica. Successivamente, impalma una donna tra le famiglie più ricche del paese e raggiunge l’ambizioso obiettivo di fare parte del raggruppamento dei “padroni del paese” attraverso il suo inserimento nell’organismo dirigente locale del Partito Nazionale Fascista. Del quale, nel ventennio fascista longitano, l’ins. Giuseppe Mollica, alcarese, divenne Segretario politico a cui aggiunse anche la carica di “ispettore di zona”. Era spavaldo e vestiva indossando il fez, la camicia nera, il cinturone con il pugnale sui calzoni alla zuava e gli stivali.
Anche a Longi vennero inquadrati Figli della lupa, Balilla, Avanguardisti, camicie nere con un teschio su tibie incrociate. Il Sindaco fu sostituito dal Podestà, che era asservito ai voleri del Segretario Politico; la carica venne conferita al Maestro Leone Carcione (cognato del Mollica), Uomo perbene ma arrendevole . Come altrove, lo stomachevole olio di ricino venne somministrato ai dissenzienti dagli onnipresenti militi, i quali, prepotenti qual’erano, disponevano, tra l’altro, la chiusura di esercizi di generi vari con motivazioni balorde oppure, se qualche vecchietto non s’inchinava al loro passaggio, lo redarguivano in malo modo, insultandolo e minacciandolo di colpirlo col manganello; od anche, se, ascoltando la voce del Duce alla radio, qualcuno non si alzava sull’attenti, questi veniva ammonito e colpito col solito manganello.
Ed ancora, per sovvenzionare l’entrata in guerra dell’Italia mussoliniana, alle dita delle madri vennero” strappate” le fedi nuziali e venne comandato, dal Duce, che tutti i generi di prima necessità venissero razionati mediante “tesseramento”.
I prefetti, i questori, i funzionari ed i magistrati di ogni categoria si sono ridotti a tremare dinanzi alle ukase (decisione imposta d’autorità, indiscutibile ed inappellabile. N.d.r.) dei caporioni fascisti. Nei centri minori la sede del Partito si è trasformata in una via di mezzo tra il Tribunale, la caserma e il Municipio, tanto che spesso il maresciallo dei carabinieri ha dovuto eseguire degli arresti per ordine del segretario fascista (Giacomo Lumbroso, La crisi del fascismo – Firenze 1925 – Dalla collana Mondadori). La quiete che spesso regna nei borghi di frequente induce a mettere sotto silenzio ciò che di brutto e di ingiusto avviene in quelle piccole comunità. E’ un male? E’ un bene? Il male, che non si distrugge sottacendolo, induce a far si che altre azioni, che generano dispiaceri o dolori, possano essere poste in essere da cattivi soggetti rassicurati dall’omertoso comportamento di chi dovrebbe denunziare quegli atti di vigliaccheria, di violenza, di malvagità. E, per queste prepotenze, c’è gente che ha pianto. Anche questa è storia locale e la Storia, come si sa, è Maestra di vita. Almeno, lo dovrebbe essere.
San Leone, Vesccovo di Catania, è il protettore di Longi
Prima di S. Leone, era Protettore del paese S.Michele Arcangelo. Ma, nel 1404, Valore Lancia, su invito del Re, si recò a Catania per “alcuni affari delicati”. E’ possibile intuire , con consistente probabilità del vero, che “Qualcuno” abbia suggerito al Barone di sostituire l’allora Protettore con S. Leone. Il Quale, a Catania, era considerato un grande Taumaturgo. I baroni ed i Signori, allora, erano munifici con i luoghi di culto ed ogni loro desiderio “doveva” essere recepito. Altrimenti, ne andavano di mezzo le opere e le entrate parrocchiali!
Che siano stati i Lanza a portare la venerazione del Santo a Longi è indubbio in quanto, nondimeno, la Casata era “titolare” anche della baronia di Sinagra, ove parimenti era ed è Protettore S. Leone.
Cronologia longese in sintesi
VI secolo d.C. – Alcuni esuli lacedemoni, in fuga dal Peleponneso, approdano ai lidi del Tirreno, nei pressi dell’attuale Torrenova, e danno vita sulle Rocche del Crasto ad una nuova città, che chiamano Demenna;
X secolo – Demenna viene distrutta dai saraceni ed alcuni fuggitivi si stabiliscono in contrada S.Nicolò (oggi S.Pietro) e creano un nucleo abitativo alle falde del versante orientale delle Rocche del Crasto;
XI secolo – I normanni liberano la Sicilia dagli arabi;
XII secolo – Evacuata la contrada S. Nicolò, a seguito di una grossa frana, i demenniti scendono a valle e nel pianoro della “Craparia” pongono la prima pietra di Longi;
XII –XIII secolo – Con i normanni ha inizio il feudalesimo. Il primo feudatario, nel 1272, è il barone francese Bernardo Grancia. A seguire, nel novembre del 1291, vediamo sullo scanno feudale Riccardo de Loria, al quale subentra, nel 1296, don Blasco Lancia Miles; nel 1283, con gli Aragonesi, viene istituita l’Università (Comune) con i suoi rappresentanti;
XIV – XVII secolo – Dal 1302 al 1692 i feudatari appartengono alla casata dei Baroni Lancia (o Lanza) di Longi;
1570 – Al suono della campana, vengono convocati i “comunisti” (abitanti del comune) e, nella piazza del paese, viene redatto un atto pubblico ove sono sanciti diritti e doveri tra il barone ed i cittadini. Leggi, nelle pagine precedenti, il testo :” Capitoli di Concordia tra il Barone Francesco Lanza e l’Università”;
XVIII secolo – Vediamo, quali Signori del territorio, i baroni Napoli;
XIX- XX secolo – S’insediano nella baronia le Casate dei Loffredo, D’Ossada, Cassibile; nel 1965 si estingue la successione del Duca D’Ossada e, quindi, ha fine la presenza baronale.
Nel 1821, Longi ha il primo Sindaco eletto dal popolo, quello, però, che “sapeva leggere e scrivere”;
15 marzo 1831- Una grossa frana cancella le case, il convento e la chiesa in contrada S. Maria;
Dall’Amministrazione Comunale 1903-1916, sono state realizzate le seguenti opere: impianto dell’illuminazione pubblica con 50 lumi, acquisto nuovo orologio da torre, installato alla Chiesa Madre, sistemazione delle acque potabili e della fognatura, costruzione edificio scolastico, riedificazione della Casa Comunale, dotazione di campanile ed arredi sacri della Chiesa del Cimitero, istituzione di una scuola mista di grado superiore ed una serale, riadattamento di alcune strade comunali, rimboschimento delle coste Lunari, attivazione del servizio di portalettere e di quello telegrafico, consolidamento di pendii franosi, impegno fattivo per la costruzione della strada rotabile Rocca di Caprileone- Longi, costruzione del "lavatoio pubblico", estinzione dei debiti ereditati.
Nel 1918, la “spagnola” miete parecchie vittime depauperando la popolazione;
Negli anni trenta, il paese è collegato al litorale marittimo essendosi completati i lunghi lavori per la realizzazione della strada provinciale. Sino ad allora, l’arteria (si fa per dire) era utilizzabile a dorso di animale o con un calesse;
Nel 1934, nell’era fascista, il Sindaco viene sostituito dal Podestà nominato dal Prefetto, ma il potere è in mano al Segretario politico della locale sezione del P.N.F. ed ai militi fascisti.
Con l’avvento della Repubblica e l’abolizione dei titoli nobiliari, il Barone perde un potere nominale ma conserva il “rispetto” e le vaste estensioni di terreni;
Dopo il referendum costituzionale, vinto dalla Repubblica, nel 1947 ,viene eletto il primo cittadino, il quale –ironia della sorte – è un monarchico: il geometra Antonino Zingales, funzionario in pensione del Genio Civile, il quale, allo scadere del suo mandato amministrativo, dovette cedere il testimone a Giuseppe Mollica. Questi, dopo la sconfitta del fascismo e l’avvento dell’era repubblicana, venne epurato assieme alla moglie, farmacista, in quanto dirigenti del PNF della locale sezione. Ma, successivamente, venne reintegrato nei suoi diritti politici attraverso la cancellazione dell’epurazione mercé al “buonismo tutto paesano” di coloro che si definivano socialisti e comunisti locali, in quell’epoca, al di fuori, quindi, di ogni logica politica, che caratterizza l’azione partitica nel richiamo e nel rispetto delle proprie ideologie politiche. Ed il Mollica venne eletto Sindaco, essendosi riciclato nella Democrazia Cristiana: da “dittatorello locale” a “democratico” passando attraverso un processo di catarsi… ideologica…Ma, come diciamo in Sicilia: “Cu nasci tunnu un pò moriri quatratu”.
Nel 1960, l’amministrazione comunale in carica, di colore democristiano, quella di Mollica, viene sconfitta dalla lista civica “San Leone” il cui tema conduttore della campagna elettorale fu quello di far cessare la mafia dei pascoli nel bosco di Mangalaviti; il vincitore fu l’ins. Rosario Priolisi, democristiano di sinistra, a capo di una formazione civica di centro-sinistra.
Negli anni ’80, il Partito Socialista Italiano, con Antonino Imbrigiotta, nuovo Sindaco, diviene il primo partito superando la D.C..
Dopo un periodo di alterne vicende politiche e di commissariamento del Comune, nel 1993, all’Amministrazione comunale insediatasi, vincitrice delle elezioni amministrative con la lista “Lavoro ed impegno sociale”, viene consegnata, dal Segretario Comunale e dal revisore dei Conti, la richiesta di dichiarazione di dissesto finanziario in miliardi di lire, debito scaturito da improvvide gestioni delle Amministrazioni precedenti. La Giunta rigetta “l’invito” e riesce a sanare il bilancio comunale attraverso un mutuo erogato dalla Cassa Depositi e Prestiti, con il quale onora i debiti ereditati.
Il 23 agosto 1994 un grosso incendio notturno, presumibilmente doloso, minaccia il paese dal lato nord, nord-est. E’ distrutta la vegetazione sino al letto del fiume Fitalia, muoiono animali, ma le case vengono salvate grazie all’opera infaticabile di giovani volontari: eroi notturni, che sfidarono la morte.
Negli anni 1995- 1996-1997, la comunità subisce un imbarbarimento dei rapporti tra Giunta Comunale ed avversari politici, soprattutto per la comparsa di volantini anonimi offensivi e diffamatori; il T.A.R. di Catania emette la sentenza con cui respinge la richiesta di una parte del Consiglio Comunale di “referendum per la rimozione del Sindaco”.
Alla fine del 1997, la Giunta uscente della lista “Lavoro ed impegno sociale” , a causa della frantumazione del fronte della sinistra, viene sconfitta dalla concentrazione centrista “Vivere Longi”.
Nel 2007, dopo il monocolore di centro, la lista civica “Nuove Energie Longesi” vince le elezioni amministrative e bissa il successivo turno. Questa Amministrazione ha dovuto affrontare una sequela di avversità: dissesti idrogeologici, incendi in tutto il territorio comunale, susseguirsi di preoccupanti fenomeni sismici.
Annotazioni a margine degli eventi.
Nel 1724, Carlo di Borbone, Infante di Spagna, conquista la Sicilia, cacciando gli Asburgo, e ne diviene sovrano. I Borbone, con il Regno delle Due Sicilie, regnano sino al 1860 tra moti rivoluzionari, proteste ed avversioni da parte dei Baroni siciliani. Non vi è notizia che i Signori di Longi abbiano partecipato alle lotte politiche attuate dai notabili siciliani contro i sovrani Borbone. Ai quali, peraltro, rimasero fedeli, come ebbe a dichiararmi, in una delle conversazioni intercorse, il Marchese di Cassibile, Silvestro Loffredo Gutkowski.
Durante il regno borbonico, la Sicilia continua a vivere di agricoltura e di commercio marittimo a fronte della florida economia del napoletano, dove si da impulso all’industria ed alla rete ferroviaria. In quel periodo, il fenomeno dell’emigrazione è assente ed a Longi si vive con l’agricoltura, il lavoro artigianale, l’allevamento di bestiame, il commercio dei prodotti locali: noci, castagne, nocciole, seta, frumento, ecc.
Nel 1812, i Borbone, con la Costituzione, pongono fine all’istituto giuridico feudale, ma la baronia continua ad esserci anche dopo l’unità d’Italia attraverso i latifondi. Quest’ultimi cessano di esistere, nel 1950, quando viene approvata la riforma agraria. In quel frangente, il Duca D’Ossada aliena, ad un prezzo politico, i suoi terreni in contrada Gazzana.
I Borbone sono costretti all’esilio quando il Piemonte invade il regno delle Due Sicilie. “Le riserve auree del Regno delle Due Sicilie servirono a risollevare l’economia del Nord del Paese. Il Sud fu definitivamente messo in ginocchio: terreni espropriati, tasse che in 3 anni dall’unità raddoppiarono. Cause e concause che spinsero migliaia di meridionali ad emigrare al Nord” (Giuseppe Ressa, Il Sud e l’unità d’Italia, Napoli 2003).
I longesi incominciano, quindi, a subire le traversie del regno d’Italia: ha inizio l’emigrazione, in molti cadono durante la I e la II guerra mondiale, il fascismo impone le sue leggi sino a quando la Resistenza e gli Alleati cacciano i nazi-fascisti dal Paese. Durante lo sbarco delle truppe americane e la contemporanea ritirata di quelle tedesche, parecchie famiglie si rifugiano nelle contrade. Arrivano anche longesi sfollati da altri centri.
Ancora oggi i longesi sono costretti ad abbandonare il paese natio in cerca di lavoro: in Italia ed all’estero! A causa anche della pesante crisi economica. Ed il paese, anagraficamente ma non solo, viene annualmente depauperato di braccia-lavoro e di giovani intelligenze.
(tratto dal mio saggio storico su Longi “ Quel borgo bagnato dalle acque del Mylè” e da altre pubblicazioni)



















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Il Canto dell’Emigrante” , poesie
Demenna, l’impatto saraceno” – Romanzo, I edizione
I Castelmalè”, quadrilogia, saga di una famiglia nobile dei Nebrodi
Tra Krastos e Demenna”, saggio, ricerca documentale
La leggenda di Demenna”, romanzo storico
inchiostri” , poesie
Quando il destino bara” , storie d’amore
ALLE PENDICI DELLE “Rocche” – Storia ed altro su Longi
Voci dal cuore”- Poesie
Non ho mai amato nessuna come te” – Viaggio nella solitudine , romanzo
L’ultima baronessa”, romanzo


Longi visto dal drone
Ph. di Nino Serio
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